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05-12-2007 Fossano
 
Intervista al nuovo direttore dello stabilimento fossanese Michelin
Massimo Mereta, 46 anni, genovese, padre di due bambini, è il nuovo direttore dello stabilimento Michelin di Fossano. Sostituisce Francesco Villani, che ora dirige l’Unione Industriale di Cuneo. Abbiamo incontrato il nuovo direttore Michelin nel suo ufficio in via del Santuario.
Da quanti anni lavora per la multinazionale francese?
Da 21 anni. All’epoca la segreteria della facoltà presso cui mi ero laureato (Ingegneria chimica) segnalava alle maggiori aziende chi “usciva” con 110 e lode. Venni così contattato dal Gruppo Michelin. Accettai la proposta di lavoro e fui destinato allo stabilimento di Alessandria, dove ho lavorato dal 1986 al 1992. Seguì un periodo di lavoro in Francia, al Servizio ricerca. Nel ‘94 rientrai ad Alessandria (sostituii Mario Bassino, che diventò direttore di questo stabilimento). Nel 1999 venni trasferito allo stabilimento di Cuneo, con la responsabilità della fabbricazione dei pneumatici per auto. Nel 2003 sono tornato in Francia dove mi sono occupato per due anni della stessa produzione e per altri due anni della ricopertura dei pneumatici per autocarro.
Di cosa si tratta?
Michelin ha ideato una carcassa così resistente che può avere “più vite”, nel senso che, quando una ricopertura si esaurisce, la si può sostituire senza dover sostituire l’intero pneumatico.
In tutto questo andirivieni tra la Francia, Alessandria e Cuneo, dove ha fatto tappa la sua famiglia?
Mi ha seguito. Quando sono partito la prima volta per la Francia mi ero appena spostato: la Francia è stato il nostro... viaggio di nozze. Poi c’è stato il secondo espatrio. I bambini si sono integrati molto bene in Francia. Là c’è una scuola molto aperta, multiculturale. Ora ci siamo stabiliti a Cuneo; per i bambini si tratta di un nuovo riadattamento...
Ora a Fossano, per la prima volta non dovrà più occuparsi di pneumatici, ma del cavo metallico...
Sì, mi mancava questo pezzo... Infatti ho dovuto fare un periodo di formazione.
In che senso?
Sono stato in stabilimento a imparare la fabbricazione del cavo metallico, seguito da un istruttore, così come succede quando entra qualsiasi nuovo operaio. Ho fatto un vero e proprio “stage ouvrier”.
Ha messo la tuta da operaio...
Sì, ce l’ho sempre qui, a portata di mano, con le scarpe antinfortunistiche. Un dirigente deve conoscere bene la produzione per dirigere in modo efficace lo stabilimento.
Avete degli istruttori per la formazione degli operai?
Sì, affidiamo questo compito al personale esperto in produzione. Ci vogliono tre mesi per assumere bene un determinato ruolo. Si devono imparare anche tutte le regole della sicurezza e tante altre cose.
Un investimento importante. Si fa la stessa formazione anche su chi è assunto a tempo determinato?
Se pensassimo a priori che il lavoratore se ne va, non faremmo questo investimento. Lo facciamo perché puntiamo alla stabilità. Anche se a volte siamo costretti ad assumere a termine, per far fronte a una produzione extra, dovuta a una commessa straordinaria. In questo caso si fa comunque la formazione, perché senza di essa verrebbe meno la qualità.
Se ne avvantaggiano altre aziende.
Sì, credo che l’aver lavorato alla Michelin costituisca un buon biglietto da visita proprio per questo.
Quanti sono oggi i dipendenti dello stabilimento fossanese?
Sono 690, di cui l’11 per cento impiegati. Un rapporto corretto, non eccessivo.
Sono molti gli extracomunitari?
Il 20 per cento degli operai è di origine straniera. Sono ben integrati. Ora abbiamo studiato dei moduli specifici per i capisquadra, perché dobbiamo tener conto della loro cultura. Abbiamo notato, per esempio, che il lavoratore straniero è portato, per una sorta di cortesia, a dire sempre di sì, anche quando non ha capito. È importante che i capisquadra tengano conto di questo.
Negli anni passati lo stabilimento di Cussanio ha assunto molti giovani. Ora non è più così.
Oggi l’obiettivo è di mantenere l’occupazione. Con il turn-over si riuscirà ad assumere un po’ di giovani ma, ripeto, solo a fronte dei pensionamenti. Per farcela occorre essere competitivi sui due fronti, quello della produttività e quello dell’energia. Per quanto riguarda la produttività, puntiamo ad un aumento di produzione mantenendo lo stesso numero di dipendenti. Per quanto riguarda il costo energetico (che è il più alto in Europa), puntiamo sulla cogenerazione.
Per voi dunque è molto importante il progetto del teleriscaldamento.
Certo, quando l’impianto di cogenerazione funzionerà a regime, produrrà il 60 per cento del fabbisogno energetico della fabbrica. Grazie a questo progetto contiamo di risparmiare il 20 per cento sul costo dell’energia. Si tratta di un risparmio di oltre 1 milione di euro (2 miliardi di vecchie lire...).
Lei sa che questo progetto preoccupa gli abitanti della zona?
Sì, ho visto gli striscioni ai balconi. Ma posso assicurare che la centrale avrà tutti i requisiti per garantire sicurezza. Quello della centrale è un falso problema. Abbiamo fatto un monitoraggio per conoscere la situazione di partenza, e abbiamo rilevato che il dato sulle polveri sottili aumentava molto intorno alle due-tre della notte del sabato. Ci siamo chiesti il motivo di questi strani “picchi” e abbiamo scoperto che in quelle ore i ragazzi rientrano dal pub qui vicino... Sono certo che il bilancio ecologico della centrale sarà positivo, perché grazie ad essa chiuderanno tutte le vecchie centraline per il riscaldamento.
LUIGINA AMBROGIO



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