Economia in Piemonte, segnali incoraggianti

Cala ancora l’attività economica in Piemonte, ma dal secondo semestre del 2013 sono emersi alcuni segnali di un lieve miglioramento, soprattutto per le grandi imprese e per quelle che operano con il mercato estero. I primi mesi di quest’anno registrano piccoli segnali incoraggianti, ma in un contesto che rimane molto incerto.

Cala ancora l’attività economica in Piemonte. Ma con una percentuale (-1,8%) inferiore a quanto accaduto nel 2012 (-2,6%). Dal secondo semestre del 2013 sono emersi alcuni segnali di un lieve miglioramento, soprattutto per le grandi imprese e per quelle che operano con il mercato estero. I primi mesi di quest’anno registrano piccoli segnali incoraggianti, ma in un contesto che rimane molto incerto. Questo il quadro tracciato dallo studio sull’economia in Piemonte curato annualmente dalla Banca d’Italia. Analizza l’evoluzione della congiuntura economica e i mutamenti della struttura produttiva e finanziaria della regione. “Abbiamo constatato – ha detto presentando i dati Luigi Capra, direttore delle sede di Torino della Banca d’Italia – che persiste la domanda verso l’export e sta crescendo la volontà di investire. Questi elementi potrebbero essere una buona spinta per il rilancio dell’economia. Abbiamo anche notato un maggior rafforzamento del settore tecnologico”. Continua però la fase recessiva nel mercato immobiliare, ancora diminuite nel 2013 le nuove transazioni, sia pure in percentuale inferiore all’anno precedente. Le famiglie piemontesi spendono meno, cresce invece il numero dei turisti, seppur in modo lieve.

Interpellate le aziende, nel periodo marzo e aprile, hanno espresso il parere che nei prossimi mesi potrebbe proseguire il lento miglioramento delle condizioni economiche. Ma rimane in generale un forte senso di incertezza. Il segnale più incoraggiante dal 2009 in poi rimane quello dell’export, con un valore in media più alto che nel resto di Italia (+3,8% in Piemonte, + 0,6% nel nord ovest, -0,1% Italia). Una dinamica confermata anche nel primo trimestre di quest’anno.

“E’ importante che la tendenza ad investire che sta coinvolge il tessuto imprenditoriale piemontese – ha spiegato Cristina Fabrizi, una delle curatrici del rapporto – riguardi anche le imprese medio–piccole e quelle che non avevano come propensione maggiore l’attività con l’estero”. Tra il 2009 e il 2103 l’export ha inciso in misura rilevante, senza questa quota il Pil piemontese sarebbe sceso di altri 7 punti in percentuale. Analizzando più nel dettaglio le zone verso cui si indirizzano le imprese piemontesi risulta che rimangono verso i paesi ad alta crescita ampi spazi di intervento.

Diminuiscono ancora gli occupati e in percentuale più alta rispetto alla media nazionale. Meno 2,4 % gli occupati (nel nord ovest – 0,5% in Italia – 2,1%). E’ stato il calo più forte dall’inizio della crisi, più intenso per industria e costruzioni ma ha riguardato tutti le tipologie di contratto, tranne il lavoro part time. Un dato però anche questo da leggere più attentamente perché ha coinvolto più uomini che donne e questo fa pensare al cosiddetto part time indotto, imposto e non voluto. Anche il tasso di disoccupazione in Piemonte è più alto della media nazionale, ma il dato più preoccupante è l’effetto scoraggiamento che induce le persone a non cercare più un lavoro, e quindi non rientrano più nelle casistiche dei disoccupati. Ma guardando ai primi mesi di questo 2014, il primo trimestre indica qualche segnale positivo: il calo dell’occupazione si è attenuato dello 0,8%, grazie alla ripresa dell’industria e si è ridotto il ricorso alla Cig ordinaria.

Il 2013 è stato un anno molto negativo per i giovani. Aumenta al 22,3% la quota di quelli che non studia e non lavora, era il 13,5% nel 2008.

In generale se la cava meglio a trovare un lavoro chi è laureato, ma nonostante questo dato l’anno scorso sono calate le immatricolazioni anche a fronte di una buona offerta formativa.

Infine sul versante del credito, per le imprese la domanda di credito rimane debole e l’offerta selettiva. Crescono le banche locali, in particolare quelle di credito cooperativo nell’area del cuneese. Diminuiscono sia i mutui immobiliari che il credito al consumo. Le famiglie risparmiano ad un ritmo inferiore rispetto all’anno precedente.