Giuseppe Castagnetti

Testimoni del Risorto 18.06.2014

Non è da tutti, a fine mandato, poter attestare “di aver fatto il mio dovere”; e neanche affermare, senza tema di smentita, che “la mia coscienza di pubblico amministratore è tranquilla”: specie oggi, nel clima di corruzione dilagante che sembra non aver fine. Pertanto vogliamo dedicare questo “medaglione” agli amministratori neo-eletti della nostra terra: come buon auspicio e - perché no? - come proposta di un intercessore, da affiancare ai tanti amministratori onesti e “santi” di cui anche la nostra terra è stata ricca e che dovremmo invocare più spesso, perché non dobbiamo assolutamente credere alla teoria del “tutto marcio” cui, sembra, ci stiamo tutti adeguando. Giuseppe Castagnetti nasce nel 1909, penultimo di nove figli, in una famiglia di casari, il cui fiore all’occhiello è il Parmigiano Reggiano. Casaro diventa pure lui, anzi ad appena sedici anni già dirige il caseificio di un paese vicino e si dimostra particolarmente esperto nel mestiere, tanto che papà si oppone con tutte le forze alla sua idea, per un certo tempo accarezzata, di essere missionario. Nel 1933 prende le redini di un caseificio nel suo paese, ma prima di compiere questo passo ha già fatto un incontro destinato a segnare la sua vita. Da militare si è recato in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo per incontrare padre Pio, ottenendo la guarigione da una malattia di stomaco che da tempo lo tormentava. Incontrare il “santo del Gargano” e decidere di lasciarsi guidare spiritualmente da lui è stato un tutt’uno: da quel momento sarà padre Pio ad orientare il suo cammino ed a guidarlo nelle scelte più importanti da fare, in colloqui che avvengono direttamente nella cella del convento, a testimonianza della considerazione e della confidenza di cui gode a San Giovanni Rotondo. Nel 1939 sposa Giovannina Sghedoni, dalla quale avrà dodici figli e con la quale diventa proprietario del caseificio che già gestisce. Una vita tranquilla, la sua, caratterizzata però da un forte impegno ecclesiale: sicuramente instillatogli da padre Pio, ma certamente alimentato da un’attiva partecipazione all’Azione cattolica, cui nel frattempo ha aderito. E che sta all’origine, anche, del suo impegno politico, sollecitatogli a più riprese dal suo parroco, che non perde occasione per invitare quel cristiano tutto d’un pezzo a mettersi direttamente in gioco. Diventa sindaco di Prignano nel 1945, cioè nelle prime elezioni del dopoguerra, trovandosi a fare i conti con una situazione davvero drammatica: la sede comunale inagibile, una frazione interamente distrutta, una viabilità completamente compromessa. Partendo dal poco trovato nelle casse comunali (non più di 25 mila lire), ricorrendo ai contributi statali ottenuti bussando alla porta di ogni ministero, invitando la sua gente a rimboccarsi le maniche ed a non cedere al pessimismo, riesce a far realizzare l’acquedotto, gli impianti elettrici, le strade, il nuovo municipio, l’ufficio postale, le scuole: non è poco per un paese che non aveva niente e si era visto distruggere il resto. “È il re dei galantuomini”, dicono quanti hanno a che fare con lui e che possono testimoniare il rigore e l’assoluta onestà di questo amministratore saggio e prudente, che di sé, molto semplicemente, dice: “Io ho due famiglie, entrambe numerose, la mia famiglia ed i prignanesi: con tutti cerco di essere un buon padre!”. Cosciente tuttavia che la superbia possa, anche per lui, celarsi dietro l’angolo, fa voto davanti a padre Pio di calzare i sandali per tutta la durata del suo mandato. Così, sia nelle sedi dei ministeri romani che nelle cerimonie ufficiali, per il “sindaco di Dio” sempre e soltanto sandali, peraltro perfettamente intonati con lo stile francescano della sua vita. Oggi dicono che non si possono contare le famiglie e i poveri da lui aiutati nel più rigoroso riserbo e nel più perfetto anonimato, fino al punto di regalare ai bisognosi anche i vestiti che indossa. Così facendo, si riduce sul lastrico e, insieme a lui, la sua famiglia, da sempre considerata agiata. Arrivano anche, come da copione, i dissensi che si traducono in calunnie e maldicenze dettate dall’invidia ed a seguito delle quali, nel 1959 è costretto alle dimissioni. Muore il 22 giugno 1965, dicono, anche in conseguenza di questi dispiaceri. Non solo il tempo gli ha reso giustizia di questo periodo amaro, ma in questi cinquant’anni la stima verso di lui si è trasformata in venerazione, a seguito della quale dal 2009 è stata aperta la causa per la sua beatificazione.