Il divorzio breve: è davvero una soluzione?

Alla Camera si è formata velocemente la maggioranza per far passare la legge; per il Senato si sta creando qualche ripensamento in più; l’importante è che non si tratti di arroccamenti ideologici

Il divorzio breve, su cui la Camera ha trovato così facilmente i numeri per far passare la proposta di legge, apre tuttavia interrogativi profondi su cui vale la pena soffermarsi. Sulla questione sono intervenuti in molti, non soltanto cattolici, ma anche laici, a conferma che la questione interpella e preoccupa: segnale di un modo di concepire le relazioni che non aiuta il percorso dell’umanità. Interessanti in proposito alcune riflessioni “laiche” di Massimo Gramellini su La Stampa. Pare che, grazie anche a queste prese di posizioni, la proposta di legge stia trovando qualche difficoltà nel passaggio al Senato, già in Commissione. L’importante è che non si tratti del solito arroccamento ideologico. La velocità non serve a nulla, anzi, può creare grave danno in una materia molto delicata; ma i tempi lunghi del divorzio, se non sono accompagnati da un percorso che aiuti a conoscere se stessi e a capire le ragioni della crisi di coppia e i possibili appigli da cui ripartire, hanno meno senso ancora. Proponiamo di seguito una riflessione apparsa nei giorni scorsi su l’Avvenire.

 Il tragico inganno del divorzio breve. Quanto costa la libertà malata  

Proprio come in finanza lrisuzione dei costi e l’aumento della velocità delle transazioni rischiano di produrre bolle speculative e crisi finanziarie, così nella vita sociale il 'divorzio breve' riducendo i costi di transazione della rottura delle relazioni sociali promette vie più brevi per essere infelici. Per costruire un’opera d’arte con materiale fragile ci vuole tempo, intelligenza e abilità. Per mandarla in frantumi basta un secondo. E provare a rimettere assieme i cocci dopo che il danno è stato fatto è difficilissimo. 
Le scienze sociali e la teoria economica più recente ci insegnano che i 'beni relazionali' sono ciò che contribuisce di più alla felicità e alla fioritura di vita delle persone. E, soprattutto, che il loro fallimento produce infelicità e danni economici rilevanti. Proprio come nell’esempio dell’opera d’arte, i beni relazionali sono fragili e richiedono una particolare sapienza per poter essere edificati. Le relazioni non sono come un gelato dove disponibilità economica e volontà individuale sono condizioni sufficienti per poterne godere. Il terzo e il quarto ingrediente fondamentale di cui c’è bisogno per la creazione delle relazioni sono la volontà del partner con cui il bene relazionale si vuole costruire e l’investimento di tempo e fatica di entrambi. 
Guardando la foto del mio matrimonio e le facce sorridenti di quel giorno ho pensato, qualche giorno fa, che nessuno avrebbe potuto dire allora se quell’avventura sarebbe stata un successo o un fallimento. Nelle relazioni umane non esiste nessun destino e il loro fallimento non può mai essere colpa di terzi. La storia di ogni relazione è una pagina bianca su cui scrivono i protagonisti. Il risultato finale è incerto perché la buona volontà di soltanto uno dei due non basta, ma è necessario un investimento congiunto. Io sono stato felice e fortunato sino ad oggi perché il mio 'investimento' è stato corrisposto, ma proprio per questo non posso vantarmi di nulla né mancare di delicatezza e comprensione per chi ha puntato su una relazione che, per limiti personali o del partner, non ha avuto lo stesso esito. 
Lasciando da parte la dimensione religiosa e guardando soltanto a quella umana, ho letto più di un centinaio di pubblicazioni relative a lavori empirici che analizzano le determinanti della soddisfazione di vita nei più vari periodi temporali e in ogni angolo nel mondo su campioni di migliaia di persone. Non ne ho trovato uno, uno solo, dove il fallimento della relazione affettiva (lo status di divorziato o separato) non producesse un impatto negativo e significativo sulla soddisfazione di vita del soggetto al netto dell’impatto di tutte le altre variabili di solito considerate in questi studi (condizione occupazionale, età, sesso, livello di istruzione, reddito, salute, ecc.)
indipendentemente da convinzioni o credi religiosi. Una delle cause maggiori dei fallimenti delle relazioni è, a mio avviso, la confusione che la nostra cultura fa tra esse e i beni di consumo privati. Le relazioni sentimentali, per quanto idealizzate e invocate, sono ormai assimilate alla compravendita di automobili dove è prassi rottamare il vecchio modello per il nuovo. 
Peccato che gli studi sulla felicità ci dimostrino ad ogni latitudine che gli effetti sulla soddisfazione di vita di tale rottamazione non paiono essere egualmente incruenti. 
È arrivato il tempo di capire che la straordinaria 'conquista di civiltà' della nostra libertà di fare qualunque cosa ci passa per la testa rapidamente, senza costi e facendo finta che essa non abbia alcun effetto su terze persone, va riconciliata con la sapienza del costruire relazioni, sapienza che purtroppo abbiamo smarrito. La schizofrenia di una sensibilità ecologica spiccata per ogni specie animale e vegetale che si accompagna a una crescente sciatteria nell’ecologia delle relazioni umane, è una delle caratteristiche più comiche e allo stesso tempo tragiche dei nostri tempi. 
Più che una riduzione dei tempi e dei costi di transazione nel fallimento delle relazioni che rischia di alimentare una nuova bolla speculativa di infelicità sentimentale, vorrei vedere una cultura e una politica che investono e creano le condizioni per una rinnovata sapienza e civiltà delle relazioni.

Leonardo Becchetti - Avvenire - 15 luglio 2014