Suor Enrichetta Alfieri

Testimoni del Risorto 19.11.2014

Al San Vittore ci finisce per caso. E non per espiare. Suor Enrichetta Alfieri nasce a Borgo Vercelli il 23 febbraio 1891, in una famiglia semplice, che la cresce a fede e lavoro: dopo le elementari subito a darsi da fare, in casa e nei campi, imparando anche il ricamo negli scampoli di tempo. Deve aspettare i 20 anni per entrare in convento, perché i genitori glielo chiedono: così la sua vocazione si irrobustisce e diventa ancor più solida. Tra le figlie della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, a Vercelli, sembra subito trovare il suo posto; qui si accorgono delle sue spiccate attitudini educative e la fanno studiare. Nel 1917 inizia a lavorare come maestra in un asilo a Vercelli, ma pochi mesi dopo si deve fermare per motivi di salute. I medici cincischiano un bel po’ prima di diagnosticare la sua malattia, che solo nel 1920 ha un nome preciso: spondilite degenerativa, ossia la “malattia di Pott”, una tubercolosi vertebrale, che la immobilizza in un letto tra dolori atroci e con una prognosi infausta. Nel 1922 i Superiori decidono per lei un pellegrinaggio a Lourdes alla ricerca di un miracolo, ma ne torna nelle medesime condizioni, anzi affaticata ed aggravata dai disagi del viaggio. Ha già imparato a soffrire “con dignità, con amore, con dolcezza e con fortezza” e alla grotta le viene donata una maggior serenità per affrontare il dolore. In più, si porta a casa da Lourdes una bottiglietta d’acqua, che sorseggia quando il dolore si fa proprio insopportabile. A gennaio 1923 viene dichiarata spacciata dai medici e il successivo 5 febbraio riceve l’unzione degli infermi. Mentre si aspetta da un momento all’altro il suo trapasso, il 25 febbraio si alza dal letto completamente ristabilita, dopo aver sorseggiato per l’ennesima volta un goccio dell’acqua di Lourdes. Di fronte alla guarigione improvvisa, e per i medici anche inspiegabile, tutta Vercelli è in fermento, al punto che i Superiori pensano bene ad un trasferimento di convento dell’ex malata, proprio per sottrarla a tutto il clamore che il presunto miracolo le ha suscitato intorno. Alcuni mesi dopo è così destinata al carcere milanese di San Vittore, a dispetto del suo diploma di maestra e della sua predisposizione all’insegnamento. Per lei si prospetta una parentesi tra lunghi corridoi, strette finestre, alte sbarre, tanta rabbia e infinito dolore: vi resterà per quasi 30 anni, cioè fino alla morte. “La vocazione non mi fa santa, ma mi impone il dovere di lavorare per diventarlo...” e tanto, per non perdere tempo, investe subito le sue doti, di mente e di cuore, nel restituire dignità, speranza e redenzione alle detenute, abbruttite non soltanto dal vizio o dal delitto, ma anche dalle disumane condizioni di detenzione. Luogo preferito per ricevere le loro confidenze e per tentare un colloquio spirituale è la grotta di Lourdes, realizzata nel cortiletto del carcere, dove le raduna volentieri e dove avvengono miracoli di conversione. Con la guerra il carcere si riempie di prigionieri politici ed ebrei e la carità di suor Enrichetta si dilata allora ancor di più, per procurare contatti, favorire incontri, trasmettere informazioni. Indro Montanelli e Mike Buongiorno sono testimoni diretti (in quanto detenuti anch’essi al San Vittore) di quanto questa suorina riesca a fare per sventare perquisizioni ed arresti, salvare ebrei dalla deportazione, mettere in salvo partigiani. Naturalmente a suo rischio e pericolo, come quando i tedeschi, intercettando uno dei suoi tanti messaggi fatti uscire dal carcere, le mettono le mani addosso, rinchiudendola in una cella del medesimo carcere. Rischia la fucilazione o la deportazione in Germania e solo il tempestivo intervento del cardinal Schuster riesce a scongiurare entrambe, facendole commutare nella pena del confino, che la suora dovrà scontare in un manicomio a Grumello del Monte. Con la liberazione di Milano può rientrare a San Vittore, ad assistere quelli che erano i nemici di ieri, che hanno preso in cella il posto degli antifascisti. Per tutti, di qualsiasi colore, è “l’angelo di San Vittore” o, meglio ancora, “la mamma di San Vittore”, perché il fascino della sua bontà riesce a conquistare anche i cuori più duri: “soffrirò, lavorerò e pregherò per attirare anime a Gesù” è il suo desiderio e sembra, dai risultati, che ci riesca molto bene. La frattura del femore per una brutta caduta in piazza Duomo nel 1950, segna l’inizio del duo declino. Si spegne il 23 novembre 1951, consumata dal male ma soprattutto dall’amore donato senza misura. È stata beatificata il 26 giugno 2011.