Attilio Giordani

 Testimoni del Risorto 17.12.2014

È un educatore nato ed ha lo stile di don Bosco: al mattino lavora alla Pirelli, ma ogni pomeriggio scende in “cortile”, a fianco dei giovani dell’oratorio. Non ha lauree in pedagogia, ma un’arte educativa dalle mille sfumature, che per lui si riassume nel motto: “Dobbiamo avere il cuore di don Bosco”. È cresciuto in una famiglia milanese molto semplice, in cui mamma da sempre è malata e il cui papà, ferroviere, si divide tra il lavoro, la famiglia e far del bene: ogni mattina d’inverno scende prestissimo, per portare una sporta di carbone a due poveri vecchietti, prima di recarsi al lavoro. Così anche lui comincia per tempo a respirare la carità spicciola dei piccoli gesti. Si forma nell’Azione cattolica, prima, e tra i Cooperatori Salesiani poi, ricevendo quelle solide basi che gli permettono di attraversare spiritualmente indenne i nove anni in grigioverde, senza lasciarsi abbattere, senza perdere la calma, distribuendo serenità e fiducia tra i commilitoni, con i quali non vuole “combattere a parole, ma con l’esempio di vita cristiana, e conquistare attraverso la carità di Cristo”. Nel 1944, in uno spiraglio di relativa calma bellica, sposa la delegata fanciulli della sua parrocchia: non è solo l’unione di due cuori che si amano, piuttosto la comunione di due esistenze che condividono stessi ideali e identiche mete di perfezione, perché non si accontentano di essere “buoni alla buona”. Nascono tre figli, per i quali è un papà presente e affettuoso e che, adesso, ricordano che “non imponeva, capiva la dinamica di crescita di una persona, credeva molto nella coerenza, ma, con la stessa intensità, ci lasciava liberi di scegliere anche una strada diversa dalla sua”. In ufficio, in casa, in parrocchia, all’oratorio è un turbinio di idee, di proposte e di iniziative che sono tanto più vere perché ispirate ad una coerenza di vita che tutti gli riconoscono, anche quelli che non la pensano come lui. “Nella vita non serve tanto il predicare, conta ciò che si fa. Bisogna dimostrare con la vita ciò in cui crediamo. Non ci sono prediche da fare. La predica è vivere”, ripete spesso ed a questi principi cerca di essere fedele: nutrendosi di Eucaristia, attingendo alla Parola, scandendo le sue giornate al ritmo della preghiera. È un artista ed un impareggiabile attore, ma non improvvisa e tutto in lui è frutto di lunga preparazione e di grande sacrificio: i canti, i bans, i versi, i gridi con cui anima i suoi incontri giovanili sono studiati, sperimentati e collaudati, perché tutto deve essere attraente, ogni cosa deve conquistare ed entusiasmare. Allegro e ottimista sempre, ne trasmette la ricetta: “Al mattino, quando ti alzi, incomincia sempre con buon umore, fischiettati una canzone allegra”. Nascono di qui la “Crociata della bontà”, che mezza Italia poi gli copia, il “Palio di maggio” e il “panino della bontà”, le feste, le stornellate, le gite e i ritiri. Un primo infarto lo costringe a lunghissima convalescenza, ma non frena il suo slancio. A 59 anni, invece di godere una meritata pensione, va con la moglie in Brasile, dove i suoi figli stanno facendo volontariato missionario con l’Operazione Mato Grosso: vuole vivere totalmente la sua paternità e condividere con loro un progetto di impegno per gli altri dentro nuovi orizzonti, anche in questo coerente con la sua teoria: “Se vogliamo e dobbiamo condividere la vocazione dei nostri figli, capire i nostri ragazzi, quando fanno alcune scelte importanti ed esemplari, dobbiamo essere disposti a seguire i nostri ragazzi per sostenerli nella prova, per poter giudicare con coscienza di causa ciò che fanno”. Per i suoi ragazzi non è una sorpresa, perché, ricordano adesso, “non lo abbiamo mai visto accumulare denari. Si preoccupava di dare”. Esporta in Brasile la sua formula di oratorio e  anche qui diventa catechista ed animatore dei ragazzi di strada.“La morte ci deve trovare vivi”, diceva spesso: il 18 dicembre 1972, a Campo Grande, sta parlando con foga ai giovani dell’importanza di donarsi agli altri, quando improvvisamente reclina il capo sulla spalla di don Ugo De Censi, stroncato da un nuovo infarto. Ha appena il tempo di sussurare al figlio “Continua tu!”, quasi come un testamento. La salma, trasportata in Italia, viene sepolta nel cimitero di Vendrogno, ma vi resta poco, perché lo vogliono nella basilica di S. Agostino, lì dove è stato animatore dell’oratorio, cooperatore salesiano, padre di famiglia. Di Attilio Giordani la Chiesa ha già riconosciuto le virtù eroiche il 9 ottobre 2013.