Andrea Santoro

Testimoni del Risorto 04.02.2015

Andrea Santoro nasce nel 1945 a Priverno (Latina), in una famiglia operaia, che nel 1955 si trasferisce a Roma, nel quartiere Quadraro. Nel 1970 è ordinato prete e vive le sue prime esperienze pastorali nel degrado del quartiere Casilino e poi in quello di Monteverde, nella parrocchia della Trasfigurazione, che è un vero laboratorio di sperimentazione ecclesiale dove affina e irrobustisce il suo stile di prete di frontiera, radicato nella preghiera, illuminato dalla Parola e impegnato nel sociale. Quando sul finire degli Anni Settanta gli prospettano un incarico da parroco, chiede ed ottiene un periodo sabbatico, che trascorre in Terra Santa, per cercare “una vicinanza con Dio là dove Dio aveva cercato una vicinanza con noi”. Raggiunto il Medio Oriente con un viaggio in autostop, vive sei mesi spiritualmente molto intensi, sulle tracce di Cristo e con prolungate soste in comunità monastiche. A settembre 1981 gli affidano la parrocchia di recente costituzione, nel quartiere di Verderocca: in fondo, è un po’ venire incontro al suo stile missionario di fare il prete, perché si tratta di una comunità che non ha strutture e neppure una chiesa e don Andrea vive in un appartamento, incontra la gente per strada, la visita in casa, deve cercare spazi condominiali e strutture pubbliche per la celebrazione dell’Eucaristia. Nel 1994, dopo altri cinque mesi in Medio Oriente a ricaricare le “batterie” seguendo i passi delle prime comunità, è destinato alla parrocchia dei Santi Venanzio e Filippo, vicino al Laterano, dove accanto alla sua consueta particolare sensibilità verso i più bisognosi, il suo stile pastorale si colora di ecumenismo e di dialogo interreligioso: sono i frutti dei suoi soggiorni in Medio Oriente e sono anche indice della sua crescente sete di partire per la missione che i superiori sembrano non capire o che comunque tardano ad esaudire. Solo nel 2000, cioè a 55 anni suonati, il cardinal Ruini gli permette di andare per un triennio in Anatolia come sacerdote fidei donum. Prima di partire fonda l’associazione “Finestra per il Medioriente”, per creare un legame tra la sua diocesi di appartenenza e quella in Turchia, cui si sente inviato. Prima va ad Urfa, nel sud est del Paese, ai confini con la Siria, dove rimane tre anni come presenza orante e silenziosa: lì non c’è neppure un cristiano e tuttavia riesce a farsi benvolere da tutti, persino dall’imam della moschea vicina. Ha ben chiaro, nella testa e nel cuore, di essere lì “non per convertire ma per convertirsi, come confida agli amici di Roma: “Mi sono guardato intorno, ho pregato…, ho intessuto piccoli quotidiani rapporti con i vicini di casa, con i mille piccoli negozianti delle mille piccole botteghe, imparando a salutare, a rispondere alle tante domande, a chiedere informazioni; ho imparato a voler bene, come segno fondamentale della presenza di Cristo, a voler bene gratuitamente senza nulla aspettarmi, a voler bene ad ogni persona così come è, come è vista ed amata da Dio”. È lo stesso stile che adotta quando gli chiedono di trasferirsi al nord, a Trabzon, Trebisonda: una città di duecentomila abitanti, con una comunità cattolica di appena 15 persone, una più folta comunità ortodossa sparsa per la città, un’emigrazione femminile caratterizzata dalla prostituzione e dallo sfruttamento. “Tienici uniti nella nostra diversità: non così uniti da spegnere la diversità, non così diversi da soffocare l’unità” diventa la sua preghiera costante, mentre si esercita nella “liturgia della porta”: aprire, sorridere, salutare, rispondere, ma anche prendere posizione, per strappare dalla prostituzione quelle schiere di donne, perlopiù armene e georgiane. “Cerco di essere la presenza, per quanto povera e inadeguata, di Gesù. Cerco di essere, insieme a quei pochi che si riconoscono in Gesù, un piccolo virgulto di Chiesa. Cerco di essere una piccola finestra di luce”. È forse in questa sua azione di contrasto alla prostituzione, o più semplicemente nel fanatismo fomentato in quei giorni dalla pubblicazione di alcune vignette blasfeme su un giornale danese, che matura la decisione di eliminare quel prete scomodo, che in silenzio sta creando ponti tra le religioni. Se ne incarica un ragazzo di appena 16 anni, imbottito di odio da fanatici predicatori, che il 5 febbraio 2006 lo uccide con alcuni colpi di pistola, mentre don Andrea è inginocchiato in chiesa, assorto in preghiera. Nella convinzione che sia un testimone della fede fino al dono della vita, la Chiesa di Roma ha dato avvio nel 2011 al suo processo di canonizzazione.