Sbigneo Strzałkowski e Michele Tomaszek

Testimoni del Risorto 01.04.2015

“Sono i nuovi santi martiri del Perù”, commenta profeticamente Giovanni Paolo II il 13 agosto 1991, mentre si trova nella “sua” Cracovia per la Gmg, a chi gli comunica il feroce assassinio di alcuni giorni prima, dai contorni ancora incerti e che qualcuno ad arte si premura di subito caricare con sfumature politiche. La profezia si è avverata lo scorso 3 febbraio con il riconoscimento, a meno di 24 anni, del martirio dei due francescani polacchi Sbigneo Strzałkowski e Michele Tomaszek, che il prossimo 5 dicembre  verranno proclamati beati. Classe 1958 l’uno e 1960 l’altro, insieme hanno studiato e si sono formati come Minori conventuali (i frati di Assisi e di Padova, tanto per intenderci), insieme partono entusiasti e felici, poco dopo l’ordinazione, con destinazione le Ande peruviane. È del 1988, infatti, la decisione dei superiori di aprire la prima missione francescana in Perù, tra le vette della Cordillera Negra, a Pariacoto. Ed è con estrema fiducia che affidano questa pionieristica esperienza a tre confratelli, non tutti ancora trentenni, che hanno entusiasmo da vendere e soprattutto gran spirito di adattamento. Catapultati a 11mila chilometri di distanza dalla loro Polonia, i tre vi arrivano nel 1989 e non si lasciano scoraggiare dalla mancanza di luce elettrica, dall’assenza di una strada che li metta in contatto con il mondo, da una spaventosa siccità che sta flagellando la cordigliera, neppure da un’epidemia di colera imprevista e, allo stesso tempo, prevedibile, date le precarie condizioni igieniche in cui vive la popolazione. Si accorgono anche ben presto della presenza molto attiva sul territorio di “Sendero luminoso”, l’organizzazione armata d’ispirazione maoista che prospera agli inizi degli anni ’90, anche grazie ai finanziamenti derivanti dal narcotraffico. La povertà diventa il mezzo per farsi accettare in un contesto poverissimo e bisognoso di emancipazione: per quasi tre anni assistono con fraterna solidarietà gli abitanti, dando concretezza, nel quotidiano, a quell’opzione preferenziale per i poveri che i vescovi latinoamericani hanno indicato a Puebla e Medellín. “Non avevamo mai toccato problematiche legate alla politica. Il nostro lavoro a Pariacoto consisteva nel servire i poveri ed evangelizzare. A noi sembrava di non fare niente per provocare”, ricorda oggi padre Jarek, unico superstite dell’eccidio, salvatosi per puro caso essendo rientrato in Polonia per celebrare il matrimonio della sorella, nell’agosto 1991. La sera del 9 agosto i terroristi di “Sendero luminoso” irrompono nella missione di Pariacoto, cogliendo fra Sbigneo e fra Michele al termine di una giornata di ordinaria generosità: il primo, dopo l’adorazione eucaristica, attende il confratello per celebrare messa e intanto si dedica alla medicazione di un bambino; il secondo si sta dividendo tra i giovani del coro, l’incontro dei catechisti, i gruppi di discussione con i ragazzi. Fra Sbigneo ha appena il tempo di mettere in salvo i novizi, presentandosi ai “senderisti”, insieme a fra Michele, come i sacerdoti che questi stanno cercando; subito dopo sono spintonati su una camionetta che parte a velocità sostenuta sotto gli occhi atterriti dei parrocchiani. Li troveranno il giorno successivo, dietro il muro di cinta del cimitero, insieme al sindaco comunista del paese, tutti ferocemente giustiziati; “così muoiono i lacchè dell’imperialismo”, scrivono sul cartello lasciato sui loro corpi insanguinati, come firma di questo assassinio. Nel breve tragitto i due erano stati sottoposti ad un sommario e grottesco processo e giudicati colpevoli perché il loro aiuto ai poveri frenava la rabbia del popolo e rallentava la rivoluzione. La loro uccisione, dunque, è unicamente dovuta al fatto che “ingannano il popolo perché distribuiscono alimenti della Caritas, che è imperialismo; con la recita del rosario, il culto dei Santi, la Messa e la lettura della Bibbia  predicano la pace e così addormentano la gente”, sulla base del concetto, già sentito altrove, che “la religione è l’oppio dei popoli”. Non dicono invece che la loro mano perennemente tesa e accogliente era per i “senderisti” come una minaccia; che sentivano come concorrenza il loro sorriso, solidale e disinteressato; che avvertivano come una costante provocazione i loro occhi sereni e colmi di speranza. Per questo ora sono stati dichiarati “martiri della fede”: per essersi incarnati fino in fondo con il popolo loro affidato fino al punto da dare la vita. Come ha fatto Gesù, il cui mistero di morte e risurrezione proprio in questa settimana stiamo rivivendo.