Anastasio Ballestrero

Testimoni del Risorto 10.06.2015

Se la “Gaudium et spes” si fosse chiamata “Angor et luctus”, come sembrava ormai deciso, non sarebbe stato proprio la stessa cosa. Perché non si tratta di una semplice inversione di termini (“gioie e speranze” anticipate a “tristezze e angosce”), piuttosto di un approccio positivo a quanto di “genuinamente umano” la comunità dei cristiani è disposta ad assumere per sentirsi “realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia”. E che conferma la spiritualità “positiva” e l’ottimismo cristiano che animano colui che ha il merito di questo cambiamento. “Il Signore mi ha preso presto, perché ero un bel tipo! Ho capito poco, ma ho capito che dovevo dirgli di sì”, dice di se stesso ricordando gli inizi della sua vocazione. In effetti ben pochi sarebbero pronti a scommettere sul buon esito di una chiamata “contemplativa” per quel bimbo di 11 anni, irrequieto e vivace, figlio di un magazziniere del porto di Genova. All’origine della sua chiamata “un prete felice di essere prete”, che per primo gli parla del Carmelo; a 15 anni inizia il Noviziato e, benché giovanissimo, dirà che “la certezza, la chiarezza, la felicità della mia vocazione l’ho avuta”. Per ordinarlo prete, a 23 anni non ancora compiuti, ci vuole una speciale dispensa dal Vaticano e subito viene tuffato nell’apostolato attivo, facendo per otto anni il cappellano in una clinica di Genova. E se in quel periodo nessuno è morto senza sacramenti, il merito è di questo carmelitano, apprezzato per la sua generosa disponibilità. Insegnante di teologia presso lo studentato degli Scalzi a Genova, continua ad approfondire gli studi teologici e partecipa, a Parigi, al circolo dei Maritain, dove frequenta personaggi di grande statura umana e culturale come Bergson, Bernanos, Van der Meer, Garrigou-Lagrange, Philips e Schillebeeckx che incidono non poco sul suo pensiero e sulla sua vita. Nel 1955 viene eletto superiore generale dei Carmelitani e resta in carica per 12 anni. Partecipa al Concilio Vaticano II, diventando uno dei principali collaboratori di Paolo VI e stringe amicizia con de Lubac e il giovane Karol Wojtyla. Sua impresa da primato è il “giro del mondo” che compie per visitare tutte le 800 case di suore carmelitane e i 300 conventi di frati sparsi nei vari continenti, tanto che i confratelli bonariamente lo definiscono il primo generale che, nel ritratto per la storia, si sarebbe dovuto far fotografare con l’orario ferroviario in mano. Nel 1973, a sorpresa, Paolo VI lo vuole vescovo di Bari: qui impara a fare il vescovo, a incontrare i carcerati e gli ultimi e a “farsi amare come un umile frate”. In appena tre anni riesce a conquistarsi la stima e l’affetto della diocesi, al punto che, quando nel 1977 viene trasferito vescovo a Torino, un giornale locale lo saluta con un fumetto che dice più o meno così: “E come prossimo vescovo, per favore, mandateci uno insensibile, indifferente ai nostri problemi, che vada sempre in giro. Così non ci affezioneremo troppo, e non soffriremo quando lo trasferirete”. A Torino deve gestire il difficile passaggio di testimone con il carismatico cardinal Pellegrino, cui la diocesi è molto legata: anni difficili, di terrorismo e contestazioni, cui risponde con uno stile di semplicità, riservatezza e, soprattutto, di incondizionata donazione, perché “essere pastore significa…farsi donatore instancabile di perdono, di verità, di amore”. Assume la presidenza della Cei dal 1979 al 1985, negli anni che vedono l’attentato al Papa, il referendum sull’aborto, la defezione di preti e religiosi, il calo delle vocazioni. “La diocesi è un impegno che mangia vivo il vescovo in quanto gli ruba ogni respiro, non ha pace né giorno né notte”, è solito dire e lo sperimenta fino in fondo, specialmente quando permette le analisi della Sindone col Carbonio 14. Resta profondamente amareggiato dalla bufera di polemiche che lo investe quando la datazione del telo viene fatta risalire al Medioevo e dalle aperte contestazioni di gran parte del mondo cattolico. Al compimento dei 75 anni presenta le sue dimissioni, accettate il 19 marzo 1989, e “il mistico con i piedi ben piantati per terra” si ritira nel monastero di Santa Croce, a Bocca di Magra, dedicandosi alla preghiera, allo studio e alla direzione spirituale. Anastasio Ballestrero, “il vescovo che fu monaco per tutta la vita”, muore il 21 giugno 1998. Lo scorso anno la diocesi torinese ha promosso l’avvio dell’“inchiesta diocesana”, primo scalino della causa di beatificazione.