01.07.2015

“Sarebbe ora che la smettessimo di parlare di credenti e non-credenti” (Luciano Manicardi, monaco di Bose, 1957)

C’è un’espressione che torna spesso tra noi credenti, ed è questa: “Vicini e lontani”. È proprio una brutta espressione. Chi la dice, ovviamente, si colloca tra i vicini (cioè i buoni) e pone gli altri tra i lontani (cioè i cattivi). Chi la usa si considera un “vicino”: vicino alla Chiesa, vicino alla buona morale, vicino alla verità, vicino a Dio. Mentre gli altri sono lontani dalla Chiesa, dalla morale, dalla verità e da Dio. Senza volerlo si spacca la società in due “noi e loro”. E si etichetta loro come dei “lontani” da tutto ciò che è importante per vivere (Dio, morale, verità). Si fissa un “centro” rispetto al quale noi ci auto-definiamo vicini e definiamo gli altri lontani. Si spacca ideologicamente la società e poi diventa difficile capirci. Perché è difficile parlare con uno che già in anticipo riteniamo “lontano dalla verità”. Come posso dialogare con serietà ed ascoltare con interesse uno che ritengo lontano dalla verità? Sicuramente rischierò di imporgli il mio credo e di svalutare le sue ragioni. Perché parto dalla convinzione che la verità stia nel centro, quello che ho deciso io come giusto centro, giusto punto di vista.  Quanti discorsi cristiani sono andati in questa direzione! Per questo mi sembra folgorante la frase del monaco appena citata: “Sarebbe ora che la smettessimo di parlare di credenti e non-credenti”. Non si tratta di annacquare la fede o di cancellare le differenze. Si tratta di imparare a guardare ciò che ci accomuna. Perché la questione seria non è la “giacca che indosso”, non è il “gruppo a cui appartengo”, ma la capacità di affrontare le domande serie della vita. E di fronte alle grandi domande che ogni giorno bussano alla mia mente le mie risposte (di credente o non-credente) sono sempre inadeguate, piccole, in ricerca. Nessuno ha verità in tasca, pre-confezionate. Per questo sono meravigliose le parole con cui il monaco continua il suo ragionamento: “Si tratta di uscire dalle contrapposizioni ideologiche, ormai stantie, e ritrovare nel comune terreno dell’umano, nella comune opera di ricostruzione di una grammatica dell’umano il compito che ci sta davanti”. Ecco il punto: la vita ci chiama a ricostruire pezzo per pezzo il senso del nostro stare al mondo; di ricostruire pezzo per pezzo il significato di uomo e di donna, di famiglia, di paternità e maternità, di festa e di lavoro, di lutto, di cittadinanza. Si tratta di ricreare insieme un nuovo umanesimo. È una sfida avvincente, da non giocare in difesa. Buon lavoro.