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“Siamo odiati perché ci ostiniamo a esistere come cristiani”

Così monsignor Bashar Matti Warda, arcivescovo di Erbil (Iraq), descrive la terribile situazione che vive la Chiesa in questa parte del mondo. Dopo i terribili eventi dell’estate 2014 più di 5.000 famiglie hanno lasciato il Paese

“Una persecuzione doppiamente penosa e grave”. Così monsignor Bashar Matti Warda, arcivescovo di Erbil (Iraq), descrive - in una testimonianza inviata a Fides dalla Congregazione del Santissimo Redentore - la terribile situazione che vive la Chiesa in questa parte del mondo. “Siamo personalmente toccati dal bisogno - scrive mons. Warda - e dalla realtà che la nostra vibrante vita di Chiesa si sta dissolvendo davanti ai nostri occhi. L’enorme immigrazione che sta attualmente avvenendo sta lasciando la mia Chiesa molto debole. Questa è una realtà dolorosamente profonda. Noi che siamo parte della gerarchia della Chiesa siamo molto spesso tentati d’incoraggiare i nostri parrocchiani a restare - a tenere la presenza di Cristo viva in questa terra speciale. Ma in realtà io e i miei fratelli vescovi e sacerdoti non possiamo fare altro che consigliare le giovani madri e i padri di tenere conto di tutte le considerazioni necessarie e pregare prima di prendere una tale momentanea e, forse, pericolosa decisione. La Chiesa è incapace di offrire e garantire la sicurezza fondamentale. Non è un segreto che l’odio delle minoranze si è intensificato in certi quartieri negli ultimi anni. È difficile capire questo odio. Noi siamo odiati perché ci ostiniamo a esistere come cristiani. In altre parole, noi siamo odiati perché ci ostiniamo a chiedere un diritto umano di base”.

Per mons. Warda “ci sono due cose che, come Chiesa, possiamo fare: la prima è pregare per tutti i rifugiati nel mondo e in Iraq. La seconda è usare le relazioni e le reti sociali per condividere il reale rischio della nostra sopravvivenza come popolo. Non posso non ripetere, e a voce alta, che il nostro benessere, come comunità storica, non è più nelle nostre mani. Il futuro verrà, in un modo o nell’altro, e per noi questo significa aspettare per vedere quale sorte di aiuto (militare, soccorsi) arrivi”. Fino ad ora, racconta l’arcivescovo di Erbil, “più di 5.000 famiglie hanno lasciato il Paese, dall’estate 2014. Alcune sono state accolte in Europa, negli Stati Uniti o in Australia, ma molte di quelle famiglie stanno semplicemente aspettando che venga chiamato il loro numero. Sono in Giordania, Libano e Turchia e il loro futuro è in un’attesa indefinita. Attraverso l’appoggio di persone generose abbiamo cercato durante questa crisi di alleviare i bisogni delle nostre famiglie e di fornire loro le necessità di base per la sopravvivenza. Abbiamo fatto ripari nei giardini della chiesa e nelle sale, aule di catechismo, scuole pubbliche, tende, strutture edilizie incomplete, e affittato case dove abbiamo alloggiato circa 20-30 individui per casa”.

“Realizzando che la crisi durerà per molto e dal momento che l’inverno è alle porte - prosegue mons. Warda - abbiamo fatto subito i passi necessari per affittare case per i rifugiati nelle diverse parti della provincia di Erbil in modo da potervi alloggiare 2.000 famiglie e sistemare 1.700 caravan. Ora, tutti i nostri cristiani almeno sono in una dimora semipermanente. Questo è ben lungi da una situazione ideale, ma certamente un miglioramento rispetto alle tende originali e alle costruzioni incomplete. Abbiamo anche aperto due centri medici per offrire servizi gratuiti alla comunità dei rifugiati”. Attualmente, racconta ancora l’arcivescovo, “stiamo risanando una struttura edilizia in modo che possa servire come maternità e ospedale per i bambini. Abbiamo anche aperto un centro traumatologico per rispondere ai bisogni di molti che sono stati feriti in modo grave dalla crisi. Basandoci sulla convinzione che l’analfabetismo e l’ignoranza sono il nemico a lungo termine più pericoloso che affrontiamo qui in Medio Oriente, e spinti dal desiderio di guarire le ferite nei cuori e nelle anime dei nostri fedeli - conclude -, stiamo lavorando per aiutare i nostri studenti a portare a termine i loro studi”.  

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