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Suor Maria Giuseppe Scandola

Testimoni del Risorto 02.09.15

Erbezzo (Verona), maggio 1871: in mezzo al delirio collettivo della folla, che crede di assistere ad un’apparizione mariana, lei resta, incuriosita ma sanamente incredula, ad attendere lo sviluppo degli eventi. L’equilibrio di quella ragazza di 22 anni colpisce il futuro monsignor Daniele Comboni, che su incarico della Curia veronese sta verificando la veridicità di quella supposta apparizione. E proprio a lei, forse anche per questo, si sente di proporre un futuro in Africa, in quella congregazione missionaria che ha intenzione di fondare e per la quale servono donne estremamente concrete e pratiche. Né si spaventa quando questa, in uno dei successivi incontri, gli confessa di essere capace “solo di fare la polenta”, perché, dice, in Africa c’è bisogno anche di quello. Marietta è nata a Bosco Chiesanuova nel 1849: orfana di padre a sei anni, impara a leggere e scrivere da una donna buona del vicinato, attorno alla quale si radunano le ragazze della parrocchia che altrimenti non avrebbero alcuna istruzione. Dopo la morte di papà la famiglia vive in dignitosa povertà e ciascuno, a cominciare da lei, deve fare la propria parte per sbarcare il lunario. A 17 anni va a servizio in una famiglia e una sera di novembre, per sfuggire all’aggressione di un giovane, si tuffa nell’acqua gelida di un torrente. Per il freddo e lo spavento si ammala e arriva sull’orlo della tomba e l’improvvisa guarigione, nel giorno dell’Immacolata, a qualcuno sembra un miracolo. Tra le prime tre ragazze che credono nel sogno di Comboni di “salvare l’Africa con l’Africa”, attende con pazienza l’avverarsi del sogno di partire missionaria che si realizza solo nel 1877: il 10 dicembre, con due consorelle, accompagna il Comboni nel suo settimo viaggio africano, il primo in compagnia delle suore. Il fondatore è convinto che una suora in Africa possa fare almeno “quanto tre preti in Europa”: per questo le ha allenate al sacrificio, alla disponibilità e a sopportare ogni sorta di privazioni. Le vuole “non con il collo storto perché in Africa bisogna averlo diritto ed essere disposte a tanti sacrifici e se necessario anche al martirio” e ha la pretesa che siano “sante e capaci”, perché la santità senza capacità non è sufficiente e viceversa. Gli basta davvero poco, da fine intenditore qual è, per capire che quella ragazza cui ha dato credito è “la suora più santa che abbiamo… una vera santa”. Intendiamoci: non una santa da miracoli, ma una “santa feriale”, dalle poche parole e dal tanto lavoro, silenziosa e disponibile, che si dimentica anche di mangiare quando ci sono i malati da curare. Che si rifugia davanti al tabernacolo quando proprio non ce la fa più. Che è paziente e lungimirante, anche quando sembra che tutto sia inutile. Che non si spaventa se i cristiani sono sempre pochi in mezzo ad una marea di musulmani, turchi, scismatici, ebrei e protestanti, perché in questo arcobaleno di culture si trova perfettamente a suo agio, avendo imparato la lingua dell’amore con la quale riesce a farsi capire da tutti. Assiste monsignor Comboni, che nel 1881 muore di colera a Khartoum, in Sudan, vivendo poi tutto il dramma che questa morte prematura genera nell’ancor troppo giovane congregazione. Berber, El Obeid, Khartoum, Schellal, El Gezirah, Cairo, Assuan sono le stazioni del suo ininterrotto pellegrinaggio tra Egitto e Sudan, a volte chiamata dall’obbedienza, altre volte spinta dalla rivoluzionaria Mahdia, che sembra spazzare via ogni segno di cristianesimo. Viene eletta superiora provinciale della congregazione in Africa, un incarico per il quale si sente inadeguata e dal quale viene sollevata grazie alle malelingue, che sono ovunque quando c’è di mezzo invidia e gelosia. Appena può vuole ritornare in Sudan, che era stato il sogno del Comboni e le cui frontiere per quasi vent’anni erano interdette ai missionari. Arriva a Lul, nel sud del paese, il 21 giugno 1903, con profonda delusione di chi attende l’arrivo di una suora giovane, dinamica e predisposta per le lingue: così il suo ingresso in missione è dimesso e sottotono, perché lei di anni ne ha 54 ed è anche sofferente, pur avendo ancora la volontà di spendersi per gli altri. Se ne accorgono subito, specialmente quando il giovane padre Beduschi si ammala e viene dato per spacciato. Lei assicura che il missionario non morirà e che tanto lavoro lo attende. Così avviene, ma il 1° settembre 1903 muore lei, scoprendosi così che aveva offerto la sua vita in cambio di quella del sacerdote. Di    sono state proclamate le virtù eroiche il 12 giugno 2014.