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Don Adolfo Barberis

Testimoni del Risorto 23.09.2015

Dice che “la santità non si fa col pennello ma con lo scalpello” e non si fatica a capire il riferimento all’esperienza personale, dato che nei suoi confronti non sono stati per nulla avari di scalpellature. Dalle quali, però, sta emergendo il profilo di un uomo dalle “virtù eroiche”, come la Chiesa ha sancito il 3 aprile 2014, dichiarandolo venerabile. Proviene da una famiglia non agiata, avara di affetto, in cui regna un clima militaresco, con un papà che ha una forte inclinazione al bere. È ordinato prete a Torino il 29 giugno 1907 dal cardinal Richelmy, che già da un anno lo aveva scelto come suo segretario e che lo mantiene in tale incarico fino al termine del suo lungo episcopato. La fiducia del porporato in questo giovanissimo prete, che nella malattia gli farà anche da infermiere, è tale da tradursi spesso nel proverbiale “Pensaci tu”, equivalente ad una “carta bianca” in molti settori. Tra l’altro, ha il compito di accogliere i disperati che bussano all’arcivescovado, tra cui un giovane povero, tal Giuseppe Garneri, che il segretario si prende particolarmente a cuore, aiutandolo ad entrare in seminario e che diventerà vescovo di Susa. Non è una fiducia mal riposta, perché don Adolfo Barberis è intelligente, discreto, capace, lungimirante e saggio, con una gran voglia di spendersi anche al di là dei suoi incarichi “ufficiali”. Nel 1921, dopo averne condiviso la necessità con il suo cardinale, comincia a curare la “moralizzazione del servizio domestico”. Con un’intuizione a dir poco ardita, cerca, cioè, di dare formazione, istruzione, dignità alle domestiche che arrivano a Torino, spesso sfruttate, mal pagate, oggetto di angherie e di seduzioni. Nasce così, nella più assoluta semplicità, il “Famulato cristiano”, grazie ad alcune donne, che si consacrano alla formazione delle persone di servizio, perché queste, a loro volta, possano risanare le famiglie in cui lavorano. L’ambizione sta tutta qui: far delle “serve” altrettante “apostole”, condensando il tutto nello slogan: “Servire in ogni persona Gesù, portare Gesù in ogni servizio”. Tutto cambia a partire dal 10 agosto 1923, giorno in cui muore il cardinale. E non perché don Adolfo deve far le valigie, com’è giusto che sia, piuttosto perché da quel giorno i confratelli sacerdoti lo condannano all’isolamento. “Il segretario tutto fare, cade in disgrazia: lo si accusa di tutto e del contrario di tutto. In realtà gli si vuol far pagare l’eccessivo potere da lui esercitato”, scrive un suo biografo, mentre egli dal canto suo commenta: “Dopo la fiducia eccessiva del card. Richelmy, sono stato riguardato come indesiderabile dai Canonici, come estraneo dalla Curia”. Si tratta di una sua vera e propria messa al bando, che si acuisce a partire dal 1930, con l’inizio dell’episcopato del Cardinal Fossati, che dimostra di non aver di lui alcuna stima. Considerato “fannullone, prete inutile, fantastico, utopista”, viene chiamato “il prete delle serve”, con quanto di spregiativo tale definizione può contenere. “Buon maestro spirituale, ma incapace di raccogliere quattro soldi” secondo il cardinale, in effetti la sua opera attraversa un periodo di estrema povertà, al punto che “al Famulato non accendiamo più il calorifero né stufe perché non c’è di che comprar carbone ed il panettiere si rifiuta di darci pane…”. Accusato di “assoluta incapacità amministrativa e di ogni più oculata norma di prudenza nella condotta degli affari”, soffre in silenzio l’ingiusto isolamento e le continue accuse, dedicandosi alla predicazione soprattutto fuori diocesi, dove raccoglie successi che neppure si sogna con le sue “famule” e le sue consacrate. Una religiosa, disturbata psichicamente, lo accusa di presunte relazioni sessuali che gli valgono anche sanzioni canoniche. È perseguitato anche da problemi di salute, a partire dalla spagnola del 1919, cui fa seguito un primo intervento chirurgico, un edema polmonare, un’operazione di prostata e due per tumore all’intestino, un collasso nel 1961 e un’importante crisi cardiaca nel 1967. Vive tra preghiera e penitenza, assediato dai suoi dispiaceri e dalle sofferenze fisiche, fino alla completa riabilitazione ad opera del cardinal Pellegrino. Ed è grazie a quest’ultimo che in quattro e quattr’otto si riesce a dar sepoltura nell’appena consacrata chiesa del Gesù, al corpo di don Adolfo, venuto a mancare il 24 settembre 1967. La beatificazione sembra non molto lontana, anche perché continuano ad arrivare segnalazioni di grazie, dalle quali si intuisce che il prete “scartato” è ancora continuamente all’opera.