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Don Marcello Labor

Testimoni del Risorto 30.09.2015

Figlio di un ricco banchiere ebraico di origine ungherese e di una donna triestina, è un mix di agiatezza, cosmopolitismo e vivacità culturale, abbinato a radici ebraiche mai smentite, perché, dice, “resterò sempre ebreo”. La vita, con lui ricca di sorprese, gli concede di essere medico competente, marito esemplare, padre affettuoso, prete dall’intensa vita spirituale e di chiudere gli occhi con una solida fama di santità che, per ora, gli è valsa il riconoscimento delle virtù eroiche, sancito con decreto pontificio dello scorso 5 giugno. La sua vocazione letteraria, destinata ad accompagnarlo per tutta la vita, è coltivata al liceo triestino e in un gruppo di compagni (tra i tanti basta citare Scipio Slataper e Giani Stuparich), mentre cambia il suo cognome originario, Loewy, con quello di Labor, per affermare la sua italianità, in un ambiente di chiara impronta filogermanica. Sposa ad inizio 1912 con rito ebraico Elsa Reiss e poi la prima guerra mondiale lo porta a Lubiana, dove a fine 1914 riceve il battesimo insieme alla moglie, per un voto che questa ha fatto alla Madonna: forse la preparazione è un po’ affrettata, sicuramente la conversione è più conseguenza del voto che frutto di convinzione, fatto sta che la fede è dormiente per parecchi anni, durante i quali, tuttavia, si guadagna la fama di medico dei poveri, che a Pola cura gratuitamente e con dedizione, in coerenza con le idee socialiste, per le quali dimostra aperta simpatia. Questi sono però anche gli anni del suo arricchimento culturale e scientifico, con le sue appassionate ricerche per la cura della tubercolosi e in campo geriatrico. Nel 1929 la svolta, con la graduale riscoperta insieme alla moglie della fede che hanno ricevuto in dono, con il suo entusiasmo nell’apostolato attivo dell’Azione cattolica e con la sua appassionata adesione all’impegno caritativo della San Vincenzo. Di pari passo inizia il calvario della moglie, culminato nell’amputazione di una gamba, nel quale l’uomo di scienza sperimenta i limiti della medicina, non sempre in grado di ridonare sanità e speranza di vita. “Quello lì alla mia morte si fa prete”, sentenzia lei, stupita e divertita dalla sempre più intensa spiritualità del marito. La profezia puntualmente si avvera nel 1934, quando lei chiude gli occhi e dopo che il figlio e la figlia (una terza, la primogenita, è morta a Lubiana poco dopo la nascita) hanno spiccato il volo, ciascuno per il proprio destino. Assegnata ai figli la parte di eredità, destina il rimanente ad opere di bene e all’Azione cattolica; completamente spoglio di ogni sua sostanza chiede a 48 anni di entrare in seminario, dopo aver, per sua personale simpatia verso don Bosco, strizzato l’occhio ai Salesiani ed essere stato da questi rifiutato. Con la docilità di un adolescente intraprende, e termina in due anni, il cammino di formazione, che lo porta ad essere prete il 21 settembre 1940. Comincia col dirigere il seminario di Capodistria, da cui, dopo l’8 settembre 1943, lo strappano le leggi razziali: in quanto ebreo va in esilio a Fossalta di Portogruaro, a fare il semplice cappellano, incantando tutti con la sua semplice amabilità. Ritorna a Capodistria a guerra terminata, riprendendo il posto che aveva lasciato due anni prima, ma la sua franchezza nel predicare lo pone subito in antitesi con gli uomini di Tito: arrestato il 13 agosto 1947, processato, condannato ad un anno di reclusione, viene poi rilasciato il 30 dicembre dello stesso anno. Il vescovo gli affida la direzione spirituale dei seminaristi a Gorizia, poi lo manda parroco della cattedrale triestina di San Giusto. Non volendo correre il rischio di essere un “pastore senza gregge”, fa risorgere spiritualmente la parrocchia, giusto in tempo per sentirsi chiedere dal vescovo di tornare a riprendere le redini del seminario, che intanto da Capodistria si è trasferito a Trieste. Non se lo fa dire due volte, anche se gli costa lasciare la cattedrale in cui ha fatto tanto ed in cui tantissimo ci sarebbe ancora da fare e nel 1953 ritorna in seminario; il suo successivo trasloco è disposto direttamente dal Padreterno: il 29 settembre 1954 è stroncato da un infarto, da lui stesso diagnosticato come terminale.   deve essere seppellito, secondo le sue disposizioni, “povero e nudo. Povero, poiché quanto mi si trova indosso o intorno appartiene alla Chiesa; nudo, ossia solo con la mia amata veste talare, senza insegne, berretti o paramenti. Mi sento tanto povero davanti a Dio”.