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Mons. Vincenzo Cimatti

Testimoni del Risorto 07.10.2015

Dice che “se si vuol essere missionari in Giappone e non si diventa giapponesi fino al midollo, non si conclude nulla”, perché se “non riusciremo a giapponizzarci, faremo solo il vuoto attorno a noi”. E questo tanto lo desidera, da volersi trasformare, al momento della morte, in “terra giapponese”: l’unico desiderio di mons. Vincenzo Cimatti che resterà inappagato. Don Bosco, nel 1882, si ferma a predicare a Faenza e tra chi corre ad ascoltarlo c’è anche mamma Rosa, vedova da pochi giorni, con i suoi tre figli, il più piccolo dei quali, Vincenzino appunto, ha solo tre anni. “Guarda, guarda don Bosco!”, gli raccomanda sollevandolo in alto e il bambino a don Bosco “guarderà” per tutta la vita, al punto che qualcuno lo definirà “il don Bosco del Giappone”. Tanto per cominciare, entra dai Salesiani, dove lo ha preceduto il fratello Luigi, che andrà in America Latina, spendendosi per i giovani come coadiutore e morirà nel 1928 con fama di santo. Vincenzino, invece, cresce con la passione degli studi e della musica: a 21 anni si laurea in composizione musicale presso il Conservatorio di Parma, a 24 anni in scienze naturali all’Università di Torino e a 27 in filosofia e pedagogia; in mezzo, a 26 anni, la conclusione dei suoi studi teologici e l’ordinazione sacerdotale: eppure, dice, “darei tutte le mie lauree per meritarmi la grazia di essere missionario”. Gliela fanno sudare per vent’anni, la missione, perché prima hanno bisogno di lui come insegnante, preside, direttore a Valsalice, compositore, maestro di banda. Dicono che quando insegna, nella sua aula “anche i muri sorridono”, tanta è l’allegria che si sprigiona da quel prete innamorato dei giovani. “Gli usignoli cantavano perennemente in fondo alla sua anima”, ricorda un ex allievo e don Cimatti educa, corregge, insegna quasi a ritmo di musica, come una dolce melodia, tanto da poter dire: “Non ho mai dato un castigo”. Lo lasciano partire a 46 anni, destinazione Giappone, con l’ambizioso obiettivo di fondare l’opera salesiana nel paese del Sol Levante. Qui i salesiani devono subito fare i conti con la lingua, di cui “si dice che l’ha inventata il diavolo per scoraggiare i missionari”. Il più in difficoltà è proprio lui, per l’età non più giovanissima e anche con il passare degli anni il suo giapponese non andrà mai oltre un livello elementare. Però, mentre i giovani missionari imparano la lingua in fretta e bene, tanto da capire e farsi capire alla perfezione, i ragazzi giapponesi commentano: “Voi parlate meglio il giapponese, ma noi preferiamo star a sentire don Cimatti”, perché sa farsi capire con la lingua universale dell’amore. Perfettamente a suo agio nel formicolio di ragazzi con gli occhi a mandorla, don Vincenzo è di casa anche con le frotte di poveri con i quali sempre ha convissuto. E le attenzioni che riserva loro sono la via migliore per arrivare al cuore e per annunciare Gesù, anche senza tante parole. Con la bontà e con un eterno sorriso riesce così a conquistare i cuori, impegnandosi come don Bosco nell’apostolato della stampa e della musica: tiene circa 2000 concerti, non solo in Giappone; fonda l’Editrice Don Bosco che stampa le traduzioni di molte opere tra cui la vita di Domenico Savio; compone una suonata per il 2600° anniversario di fondazione dell’Impero Giapponese, trasmessa per radio che i giornali giudicano “più giapponese di quelle giapponesi”. Un “segno”, questo, di quanto sia riuscito a giapponizzarsi, assumendo anche le sfumature culturali e sentimentali della terra che lo ospita. Ad inizio anni Cinquanta fa una sosta anche a Fossano, facendo vibrare di emozioni la nostra cattedrale. “Il cuore di don Cimatti copre tutto e aggiusta tutto”, dicono i salesiani: anche quando le forze cominciano ad abbandonarlo, anche quando un’embolia rende più impacciato il suo parlare e più lenti i suoi passi, continua ad essere l’incarnazione di don Bosco con la preghiera, il consiglio, la saggezza, con il suo “cuore di ricotta” che lo mantiene tenero e dolce con tutti e del quale dice: “Mi sento attratto, col cuore, da tutti. Non so parlare senza rovesciare il cuore addosso agli altri. Per me, nel tentare di fare il bene, abbraccerei tutti”. Muore il 6 ottobre 1965 e dieci anni dopo cominciano a parlare seriamente di farlo beato, ma nel disseppellire i suoi resti scoprono che non si è trasformato in “terra giapponese”, perché il suo corpo è flessibile e intatto, come fosse appena sepolto. Adesso è venerabile, cioè ad un passo alla beatificazione, preceduto però da sua sorella Santina, suora Ospedaliera della Misericordia, proclamata beata nel 1995.