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Jerzy (Giorgio) Ciesielski

Testimoni del Risorto 12.10.2015

Santità genera santità, preti e laici possono reciprocamente aiutarsi e sostenersi: così almeno è stato tra don Karol (il futuro papa Wojtyla) e Jerzy (Giorgio) Ciesielski. Quest’ultimo nasce a Cracovia il 12 febbraio 1929: giovane brillante, dal fisico atletico, appassionato di sport, adesso dicono fosse anche un “gigante dello spirito”. A testimoniarlo, e in modo autorevole, è stato proprio il suo antico curato, al quale oggi è legato da una singolare coincidenza: proprio a pochi mesi dalla canonizzazione di Papa Wojtyla, Giorgio ha compiuto il primo significativo passo verso la beatificazione, perché di lui sono state riconosciute le virtù eroiche. Sprizza gioia, vitalità e sano agonismo da tutti i pori, fa parte della nazionale polacca di basket, ha una grande passione per la montagna e la canoa. Anzi, forse all’inizio sono proprio queste ultime a legarlo a don Karol, a cominciare dal 1949, quando questi inizia il suo ministero di vice-parroco nella parrocchia di San Floriano, per proseguire poi quando due anni dopo diventa cappellano degli universitari. Giorgio, cresciuto nello scautismo, è particolarmente attratto dagli incontri e dalle escursioni di quel gruppo giovanile che in don Karol ha la sua guida spirituale e che subito ribattezzano Wujek (cioè “zio”). “Don Karol stava insieme a noi sia durante le gite sia ai concerti, al teatro, al cinema. Parlavamo in occasione delle escursioni, intorno al falò, durante i colloqui organizzati nelle nostre case. Con lui discutevamo sia i problemi del fidanzamento sia quelli riguardanti la vita coniugale, durante lunghi colloqui individuali. Ancora oggi non riesco a capire come facesse a trovare il tempo necessario”, ricorda oggi la vedova di Giorgio. Questi, del gruppo, per le sue doti organizzative e per il suo dinamismo, anche senza volerlo è l’indiscusso leader e all’interno di esso trova anche il suo amore, innamorandosi di Danuta Plebaczyk. Infatti, Giorgio “non aveva dubbi che la sua vocazione non era il sacerdozio o la vita religiosa”. Convinto che “anche i laici sono chiamati a diventare santi” (e questo molto prima che il Concilio lo dichiarasse), non ama le mezze misure, né si accontenta di piccoli traguardi, perché si sente “creato per cose più grandi”, come lo stesso Wojtyla scriverà. “Che io tratti la mia fidanzata come il Tuo dono e la ami con il Tuo amore, il cui esempio ci hai donato mediante il Tuo amore per la Chiesa. Che io prenda a cuore l’ideale del matrimonio cattolico e consideri la sua realizzazione l’impegno principale della mia vita”, annota Giorgio ed in queste parole c’è la sintesi del suo fidanzamento e il programma della sua vita coniugale. Insieme a Danuta prepara con cura la celebrazione del sacramento con l’aiuto di don Karol, che insieme a loro vive anche due giorni di ritiro nell’imminenza delle nozze: entrambi sono convinti, come scrive Giorgio, che “il matrimonio non è soltanto una questione di due persone. È la questione di due persone di fronte a Dio che è il Creatore e il fine sia di ciascuna di esse, sia della stessa coppia di sposi”. Il matrimonio viene celebrato il 29 giugno 1957 e benedetto dallo stesso don Karol, che anni dopo ricorderà: “Nel vedere come lui stesso si preparava al matrimonio, come rifletteva sul matrimonio, ci convincevamo che veramente il matrimonio e la vita familiare sono una vocazione del cristiano”. La coerenza di Giorgio, il suo continuo sforzo di far coincidere la vita con la fede professata è per Wojtyla una lezione continua: “ Per me le conversazioni avute con Jerzy su questo argomento sono state una fonte di ispirazione”, specialmente quando al Concilio è in gestazione la Gaudium et spes, come ricorda nel libro “Varcare le soglie della speranza”. Giorgio si lascia poi conquistare dalla spiritualità dei focolarini e sogna di importarla in Polonia, soprattutto dopo la mariapoli che in forma clandestina riesce ad organizzare a Zakopane nel 1968. All’amico Karol, ormai cardinale, chiede una benedizione particolare sul nascente movimento, ma subito dopo parte per l’Africa. A lui, ingegnere e insegnante del Politecnico di Cracovia, viene offerta una docenza a Kartoum, in Sudan, come visiting professor: all’inizio ci va da solo, poi con la moglie ed i tre figli. Nella notte tra il 9 e il 10 ottobre 1970 il naufragio del battello su cui stanno facendo una vacanza sul Nilo, mentre risparmia Danuta e la figlia maggiore Maria che si trovano sul ponte superiore, si porta via da sottocoperta la vita dei figli Pietro e Caterina insieme a quella di Giorgio, l’uomo che voleva vivere il matrimonio e la famiglia come un vero cammino verso la santità.