Don Carlo Sterpi

Testimoni del Risorto 18.11.2015

Ogni santo fondatore deve avere almeno un primo successore santo, che ne raccolga l’eredità spirituale e ne preservi l’originario carisma da possibili contaminazioni. Non fa eccezione neanche san Luigi Orione, che già nel 1921 confida: “Se Iddio mi dicesse: ‘Ti voglio dare un continuatore che sia secondo il tuo cuore’’, io gli risponderei: ‘Lasciate, o Signore, poiché già me lo avete dato in don Sterpi”.  Carlo nasce nel 1874 a Gavazzana in provincia di Alessandria. Mamma è contenta della vocazione sacerdotale del figlio, solo gli raccomanda di essere un prete “tutto di Dio” e in punto di morte benedice il suo piccolino di otto anni, raccomandandogli che “sia un prete sul serio e non un prete qualunque”. Lo descrivono “piccolo di statura, esile, la testa abitualmente reclinata, gli occhi socchiusi, la voce piana, il passo svelto e leggero”: un uomo, insomma, non da prima linea, semmai da retrovia, non certo a caso chiamato “l’ombra di don Orione”. Si conoscono in seminario e Orione, un anno avanti per studi e per età, ha talmente stima di lui da chiederlo al vescovo come suo primo ed unico collaboratore quando si “mette in proprio” e fonda a Tortona il suo istituto. E poco prima di morire potrà dire: “Sono più di quarant’anni che don Sterpi ed io ci conosciamo e ci vogliamo bene veramente, bene grande”, come si conviene tra santi. In lui ha una fiducia illimitata, al punto che “aveva praticamente messo sulle braccia di don Sterpi quasi tutto il peso del governo della Congregazione”: la mente e il braccio, insomma, entrambi necessari ed insostituibili, perché tutti sanno che quando don Orione “metteva lui a qualche cosa, l’esito era sicuro”. Il suo essere “un cuor solo e un’anima sola con don Orione” non significa tuttavia cieca sottomissione alle direttive del Fondatore, con il quale a volte c’è anzi uno scambio “vivace” di vedute differenti, che lasciano intravedere un “temperamento caldo e pronto a risentirsi”, frutto di un carattere forte ed un temperamento volitivo che egli in modo eroico riesce a controllare, e solo “qualche contrazione del volto manifestava la lotta che avveniva in lui. Ma alla fine era la vittoria della serenità”, perché, dicono i testimoni, “l’umile servizio reso sempre in sott’ordine al Fondatore, con una collaborazione così fedele e docile, non era per natura sua condiscendenza, ma frutto di grande virtù”. Se a don Orione si riconosce il ruolo di “padre”, di don Sterpi, grazie alle sfumature con cui il buon Dio caratterizza i suoi santi, si parla come della “mamma dei chierici” per “quelle attenzioni educative, quella cura delle persone e della casa proprie della madre”. Il 12 marzo 1940 don Orione muore e per il Capitolo è naturale eleggere, come suo primo successore, colui che si autodefinisce “giumento della Divina Provvidenza”, ma che il Fondatore indicava come il “dono fatto dalla Provvidenza alla Piccola Opera”. Nella nuova carica “continuò praticamente quello che faceva da vicario, avendo già in mano tutta la Congregazione”: incrementandola, estendendola anche in Albania, facendole ottenere dal Vaticano quel “decretrum laudis” che ne garantisce l’appartenenza ecclesiale. Sono, quelli, gli anni della guerra e allora deve dimostrare “una carità paterna ammirevole, una donazione di sé che raggiunge istituzioni e persone, cui provvedeva il necessario nutrimento, cambiava di residenza perché non fossero esposte a disastri bellici… proteggeva ‘da padre’”. Dicono che lavori troppo, che non sia capace di misurare il suo slancio, che non riesca a risparmiarsi, che abbia “una carità sfrenata” e da tutte queste “accuse” si giustifica dicendo: “Bisognerebbe non essere padri: io sono padre”. Così, quando il 19 maggio 1944, durante un allarme aereo particolarmente prolungato, è colpito da una paresi, tutti dicono che “si è ammalato per l’eccessiva carità”. Peggiorando le sue condizioni, si accorge da solo di non poter più far fronte al governo della Congregazione: chiede di non esser più rieletto e il Capitolo del 1946 lo sostituisce con don Pensa. Si ritira allora nella casa paterna, a Gavazzana, che ha riadattato a piccolo orfanotrofio, prima di rientrare definitivamente a Tortona, dove si lascia sigillare, nel nascondimento e nel silenzio, in “una unione continua con Dio e in una preghiera ininterrotta”. La morte arriva il 22 novembre 1951 e nel 1989 la Chiesa ha dichiarato venerabile don Carlo Sterpi, il “prete che pare proprio un prete” (secondo il giudizio di don Orione) e che sempre diceva di voler “farmi santo, non solo, ma grande santo!”.