20.01.2016

Grazie giovani

Oggi ho avuto la fortuna di fare un incontro con 31 giovani di quinta liceo. Ora è sera e prima di andare a letto ripenso ai loro volti. Ai loro occhi. Abbiamo parlato di questioni difficili: la valenza dei simboli, la sovrabbondanza simbolica, la modalità conoscitiva degli umani, la dimensione extra-metodica della verità. Ma per tutto il tempo i loro occhi sono rimasti accesi, in attesa, curiosi. Da quegli occhi si vedeva un cervello in azione e un cuore caldo. Giovani ormai cresciuti, con molte conoscenze scientifiche, letterarie, filosofiche. Giovani già toccati dalla vita, dall’amore e dalla fatica. Giovani normali, con la voglia di futuro e con la serietà dell’oggi. Vado a letto, chiudo la mia giornata  e  dico: “Perché i giornali non parlano mai di loro?”. Sui giornali troviamo articoli a proposito di giovani “sdraiati”, “bamboccioni”, “drogati”, “indifferenti”, “smidollati”, “fragili”, “violenti”… Eppure la maggior parte dei nostri giovani sono diversi: hanno voglia di vivere, di capire, di costruire, di entrare nel gioco della vita, di offrire un contributo alla società. Sono come quelli che ho incontrato oggi. E si trovano ad affrontare mille fatiche: devono crescere in una società che continuamente dice loro di non abbandonare il “paradiso gioventù”; devono crescere in una società che cerca a tutti i costi di mantenerli “parcheggiati”; devono aggrapparsi a qualche ideale in una società che rischia di affogare gli ideali nel cinismo chiamato realismo; devono credere al futuro avendo davanti agli occhi adulti che non ci credono più; devono farsi le ossa e costruirsi le convinzioni portanti in una società “liquida” in continuo cambiamento… Che grande battaglia stanno combattendo! Tanto di cappello se sanno ancora mantenere quegli occhi accesi che ho visto oggi. E il desiderio di crescere e di imparare. A questi giovani dedico un passo del romanzo “Cose che nessuno sa” di D’Avenia. Rivolgendosi ad un giovane (Giulio) dice così: “Solo chi ha fame crea, solo chi cerca crea. Tu hai fame, Giulio. Per questo mi piace quel tuo modo di fare provocatorio, strafottente, che mette tutto in discussione, perché è l’atteggiamento di chi cerca, di chi vuole sapere per cosa valga la pena giocarsi la vita. Tu ti metti in gioco per ciò che ancora non si vede, molti altri solo per ciò che è sicuro… Per questo tu sbagli i rigori. Ma tu provi a tirarli, Giulio. C’è chi non è neanche sceso in campo…” . Purtroppo noi adulti siamo soliti guardare soltanto agli sbagli dei giovani. Ma spesso gli sbagli sono il loro tentativo di giocare la partita: chi prova a giocare è normale che sbagli. Ciò che conta è che i giovani acquisiscano la voglia di entrare in campo, di avere “occhi affamati”. Così creeranno un futuro davvero nuovo, il loro. I giovani che ho incontrato lo stanno facendo. Grazie amici.