Federico Ozanam

Testimoni del Risorto 20.01.2016

“Toccare la carne di Cristo nei poveri e negli emarginati”, come ci dice efficacemente oggi papa Francesco, è davvero un “vizio di famiglia”. Suo papà, che è medico, va nelle soffitte e nei tuguri a curare gratuitamente i poveri; sua mamma, invece, si è inventata a Lione la “Societé des Veilleuses”, donne, cioè, disponibili a gratuitamente vegliare malati ed anziani che non hanno nessuno, specialmente di notte. Alla moglie, che soffre di asma, il marito vieta di salire oltre il quarto piano; al marito, che soffre di vertigini, la moglie impone di non inerpicarsi per le scale alla ricerca dei malati poveri; l’uno all’insaputa dell’altra si ritrovano però spesso accanto al medesimo letto di un povero, in un bugigattolo al settimo o all’ottavo piano. E non è certo un caso che il medico lo si debba andare a recuperare, ormai cadavere, ai piedi della scala dalla quale è caduto, al ritorno dall’ennesima visita ai malati poveri. Questa coppia di incorreggibili servitori dei poveri dà vita a 14 figli, solo tre dei quali raggiungono però la maggiore età: 10, infatti, muoiono a poche ore o a pochissimi giorni dalla nascita, mentre una viene stroncata da una meningite acuta a 17 anni. Tra i sopravvissuti c’è Federico, che nasce il 23 aprile 1813 a Milano, dove la famiglia temporaneamente risiede, ma che ritorna a Lione, di dove è originaria, nel 1815. A 18 anni va a Parigi, con una gran passione letteraria ma obbligato a studiar diritto per obbedire a suo padre, che lo vuole avvocato. Così, per non farsi mancar niente e non deludere nessuno, si laurea in Legge e anche in Lettere alla Sorbona, pur confessando candidamente che ”Parigi mi disgusta perché non vi è vita, fede, amore; la freddezza mi gela e la corruzione mi uccide”. Proprio in questo “disgustoso” ambiente, prende vita l’opera che sarà il suo capolavoro: tutto inizia da un gruppetto di studenti, che a partire dal 1833 si raduna attorno al professor Bailly, a discutere di filosofia e anche di teologia. Si tratta di incontri movimentati ed accesi, che il più delle volte vedono la Chiesa sul banco degli imputati, accusata di non saper tradurre le dotte disquisizioni ed i bei propositi in concrete opere di carità. Di qui la proposta:“Occupiamoci dei poveri, per dimostrare la vitalità della nostra fede nella sua parte più eloquente”. Agganciano così suor Rosalia Rendu (oggi beata), che nelle periferie di Parigi si sta consumando per i poveri ed a lei chiedono un primo elenco di bisognosi da soccorrere a domicilio. Naturalmente gliene segnala a bizzeffe, tanto da aver subito la difficoltà di raggiungere tutti e accontentare ciascuno, anche se fin dalle prime riunioni decidono di finanziarsi con l’autotassazione, mettendo, al termine di ogni loro incontro, “la parte dei poveri” in una cassa comune. Federico ha le idee estremamente chiare su come “avvicinarsi alla miseria, toccarla con le mani, discernerne le cause conoscendone gli effetti dal vivo, in una famigliarità affettuosa con quelli che ne sono oppressi”. Porterà questi concetti in giro per la Francia e non solo, difendendoli anche da chi non li capisce o che li mal interpreta, come ad esempio il suo parroco, a cui basterebbe che questi volontari facessero catechismo ai bambini poveri, invece che farsi carico dei loro problemi e delle loro necessità. Ispiratore e protettore di questa nuova forma di carità è San Vincenzo de’ Paoli, cui le “Conferenze” vengono intitolate. Si innamora e nel 1841 sposa Amelia Soulacroix, deludendo quanti prevedono per lui un futuro da prete, come l’amico e gran predicatore Padre Lacordaire, che senza mezzi termini parla della “trappola del matrimonio” in cui anche Federico è caduto, meritandosi così una metaforica tirata di orecchi da parte di Pio IX, ricordata, quasi 150 anni dopo, dall’indimenticabile papa Luciani. Ammirato e amato docente di Letteratura alla Sorbona, Federico non si accontenta di “andare ai poveri”: a loro servizio mette la sua penna di giornalista vigoroso e anche il suo impegno politico, battendosi per una società più giusta e denunciando lo sfruttamento degli operai. Alle elezioni politiche del 1848 non viene eletto per la troppa audacia del suo programma, in cui già parla di misure contro la disoccupazione, di salario minimo garantito e di pensione per gli operai. Federico Ozanam muore di tubercolosi l’8 settembre 1853, a Marsiglia e viene beatificato nel 1997 da Giovanni Paolo II come “un modello ancora attuale dei giovani cristiani laici“. Oggi le sue “conferenze” sono più di 46 mila, presenti in 130 Paesi, e i “vincenziani” sono più di 850 mila.