Otto artisti celebrano a San Giuseppe la memoria dell’olocausto

Midor Ledor, collettiva organizzata da Atelier Kadalù.

È appena terminata, presso la chiesa di San Giuseppe, in via Salita Salice nella nostra città, organizzata dall’associazione “Atelier Kadalù”  la mostra collettiva “Midor Ledor - Di generazione in generazione”, curata da Carla Palazzo.
Otto gli artisti che espongono in questa rassegna - Stefania Colonna, Teresa Della Monica, Guro, Nuccio Mana, Marake, Riccardo Tamaroglio, Paolo G. Tartarini, Flavio Ullucci - chiamati a confrontarsi sul tema della Giornata della Memoria e dell’Olocausto.
Durante l’inaugurazione Maria Teresa Milano ha proposto un momento di riflessione e la lettura di alcuni brani.
Otto artisti che hanno interpretato il tema ciascuno alla sua maniera e devo dire che, a mio sommesso parere, il risultato è soddisfacente, pur nella diversità delle interpretazioni che non mi sembrano mai di facile lettura.
Gli artisti erano invitati a partecipare presentando opere aventi come tema principale la Shoah siano esse pittoriche, fotografiche e scultoree; dovevano “creare opere empatiche, rielaborare i ricordi dei superstiti ed analizzare il processo politico che ha portato allo sterminio di milioni di vite”.
Una giuria composta da Carla Palazzo, curatrice della mostra e presidente dell’associazione Atelier Kadalù; Paolo Cortese, Maria Teresa Milano, Giovanni Vergano e Luca Bedino ha esaminato le opere decretando la vittoria di Flavio Ullucci di Collegno, già distintosi alla recente rassegna torinese “Paratissima”, con l’opera “Ecce Cubo”.
Tra gli otto partecipanti due sono fossanesi, e cioè Stefania Colonna e Nuccio Mana, ed ovviamente sono proprio loro che, personalmente, mi interessava osservare nella soluzione trovata al tema proposto.
Nuccio Mana ha ripensato al modo con cui aveva interpretato in passato la “Via Crucis” e ne ha tratto due immagini che, direttamente,in quel contesto si rifacevano alla tragica esperienza della guerra e del genocidio perpetrato dai nazisti. Quasi sarei tentato di dire che gran parte di quelle opere traeva spunto da quella tragica esperienza che l’artista se non aveva vissuto direttamente aveva potuto seguire nel suoi anni d’infanzia.
Stefania Colonna, viceversa, è partita da una riflessione dalla tragica esperienza vissuta da Thomas Geve che  fu deportato ad Auschwitz a soli tredici anni assieme alla madre, che non rivide più. Il padre, medico, era riuscito a fuggire in Inghilterra e aveva cercato di farsi raggiungere dai famigliari senza riuscirvi. Thomas fu trasferito prima Gross-Rosen e poi a Buchenwald, ma riuscì a sopravvivere facendo il muratore. Quando il campo venne liberato dall’esercito alleato, era in condizioni così debilitate che dovette restare ancora qualche tempo per rimettersi in forze: ma, uscito vivo dai campi, chiese carta e matite e disegnò in 79 fogli le situazioni che aveva vissuto nel lager per farle vedere a suo padre che era lontano.
Questa la storia di Thomas Geve che, sopravissuto ha disegnato l’inferno dei lager in tanti piccoli frammenti di carta. Stefania Colonna ha messo insieme frammenti di fogli su cui ha disegnato a biro un volto (la memoria) che, nei diversi frammenti, vuole conservare il ricordo di quello che è stato. Spiega così Stefania il suo lavoro: “La memoria per me è come un grande foglio, non più bianco e non unico ma composto da più pezzi. Ogni momento che viviamo diventa passato e va ad arricchire la nostra memoria. A volte questa memoria non è intatta e certi pezzi si perdono, ma non in questo caso, dobbiamo ricordare tutto per tramandare a generazioni future che non  potranno più conoscere i sopravvissuti e loro dirette testimonianze. La biro con cui ho lavorato è indelebile e rappresenta il segno che non deve essere cancellato, come quel filo che non dobbiamo perdere ma che deve tenere ancora uniti i sentimenti, rappresentati da un cuore reciso, e la ragione, il cervello, che insieme compongono la materia dei nostri ricordi. La scelta di rappresentarli in modo scientifico è dettata dalla volontà  di non dimenticare il trattamento crudele riservato ai deportati, in cui hanno tentato di recidere la loro individualità, psiche e amore; le etichette che ricordano quelle descrittive dei contenitori di ricerca riportano il numero di Thomas Geve e i campi di concentramento in cui ha vissuto, ebreo superstite a cui ho dedicato il mio lavoro. Il filo della memoria si attorciglia al volto e chiude gli occhi, che hanno smesso di vedere, ieri e purtroppo anche oggi.”
Così mi ha illustrato il suo lavoro l’artista e che si tratti di un lavoro che vuole richiamarsi al concettuale è fuor di dubbio: Ma l’immagine che estrinseca il concetto, personalmente, la considero bella in sé e la sua lettura mi appare comprensibile anche se dopo qualche meditazione sul motivo ispiratore. Suggestive anche le due opere presentate da Teresa Della Monica mentre di più difficile lettura le altre opere in mostra.