10.02.2016

“Senza la fede i nostri figli non saranno mai ricchi; con la fede i nostri figli non saranno mai poveri”

La scorsa settimana ho fatto una bella chiacchierata con una persona sulla questione delle nostre tradizioni. Lui ribadiva con passione la necessità di tenere strette le nostre tradizioni, la necessità di difenderle. Con foga mi parlava del crocifisso e del presepe. Ad un certo punto mi sono permesso di dire: “Per difendere le tradizioni bisogna crederci”. È rimasto un po’ perplesso. Mi dice: “Intanto iniziamo a difenderle”. Interessante questo pezzo di dialogo. Lui stesso era consapevole, pur con tutta la sua passione, che le nostre tradizioni sono spesso “scatole luccicanti e vuote”. Difendiamo il crocifisso e il presepe, per principio o per abitudine, ma non sappiamo più riconoscerne la forza. Facciamo fatica a sentire la vitalità della nostra fede. Stentiamo a capire la ricchezza del cristianesimo. “Sono cattolico” spesso significa: “Sono stato battezzato da piccolo e ho fatto la Prima Comunione”.  “Sono cattolico” dice una vaga appartenenza ai valori cristiani, una saltuaria frequenza a qualche rito (funerale di un parente o Messa di Mezzanotte). Tutte cose ottime, ma che stentano a generare in noi un’identità cristiana. Al massimo donano una “verniciatura cristiana”. Una verniciatura che “salta” facilmente di fronte alle battaglie della vita. Una verniciatura che fatica a penetrare nei pensieri, nei sentimenti, nelle scelte. Resta in superficie. Così, a poco a poco, la  fede diventa “leggera” evanescente, inutile. Dio non serve più. Diventa un soprammobile ricevuto da bambino e tenuto nel salotto, un po’ impolverato, un po’ sgualcito. Lo tieni perché suscita tenerezza, risveglia ricordi d’infanzia, forse ti fa  compagnia. Abbiamo bisogno di riscoprire la ricchezza della fede, di testimoniare la ricchezza della fede. Per giungere anche noi a dire: “Senza la fede non sarò mai ricco; con la fede non sarò mai povero”. Proprio come ci racconta il libro dell’Esodo. Il popolo in cammino  incontra varie situazioni concrete: scarseggia il cibo, manca l’acqua, Dio sembra lontano e distratto, scoppiano litigi. Mosè, figura del credente, continua a combattere e  non molla. Egli è certo che il Signora cammina davanti al popolo, apre la strada, indica una terra promessa. Molti altri, invece, persa la fede in Dio, iniziano a rimpiangere l’Egitto, a dubitare della riuscita dell’impresa, a perdere la voglia di faticare ancora. Ecco la forza della fede: ci aiuta a mantenere una speranza in cuore, ci sprona a non mollare. Per questo è la nostra vera ricchezza. Da conservare, anzi da regalare.  Da conservare, anzi da ricercare e rinnovare. Ecco il senso della Quaresima: un cammino per ritrovare la ricchezza della fede.