Riconoscerci tutti “felici e mancanti”

Unioni civili e convegno di Firenze: una riflessione

Nei contributi di provenienza cattolica al dibattito circa il dll Cirinnà, presenti sia sulla carta stampata sia sul web, ed espressi nei registri dell’intervista, della dichiarazione o dello slogan, è stato del tutto assente il riferimento al Convegno di Firenze, che aveva chiamato a raccolta la Chiesa Italiana solo pochi mesi fa. Il tema esplorato in quella settimana, “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, apparirebbe quanto mai pertinente e costruttivo nel dibattito in corso, ma al momento appare per lo più lettera morta.

Questo mancato riferimento, si inserisce probabilmente nel solco della nostra società dei consumi: persino l’iPhone 6s appena acquistato al supermercato diventa “vecchio” al ritorno tra le mura domestiche, per cui non stupirebbe se questo Convegno, celebrato solo a novembre, fosse percepito come ormai “superato”, tanto da apparire “datato” per poter vestire il ruolo di araldo di novità, che invece gli si addice a pieno titolo.

Certo, fosse vero, questo dato dovrebbe suscitare qualche preoccupazione: se non si è capaci perlomeno di “sussurrare” - non già di tradurre, gesto prematuro a soli 4 mesi di distanza - lo stile e le intuizioni emerse da quel Convegno nelle questioni concrete che interpellano l’umano, come le unioni civili, a che cosa è servito alla comunità cristiana radunarsi?

Già soltanto nel momento iniziale, il Convegno di Firenze ci restituisce una coordinata fondamentale, entro la quale è possibile inserire il dibattito scaturito attorno al disegno di legge sulle unioni civili, e rilanciarlo nei registri consoni ad un’autentica dialettica che non si limiti ad affermare principi “contro” gli altri, ma che si impegni in una, assai più faticosa ricerca, “insieme” agli altri.

Il professor Mauro Magatti ponendo a tema “l’uomo” nella sua relazione introduttiva, ha fatto echeggiare un passaggio formidabile del poeta fiorentino Mario Luzi quando afferma: “Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che ad un tratto ne sei pieno?”; cosa voleva dire?

Con questo richiamo, intendeva cogliere il tratto costitutivo che ci fa essere uomini e donne: il desiderio, cioè l’attesa di un altro che ci ri-conosca, che ci chiami per nome, che sia lì per noi. Ne facciamo esperienza ogni giorno: cosa sarei se da altri non ricevessi ogni volta il cibo, lo sguardo, l’affetto, la promessa? Cosa sarei se tenessi solo per me la parola, il gesto, la dedizione e il sogno che potrebbero umanizzare il desiderio di altri e renderlo percorribile?

Nei dibattiti attorno alle unioni civili invece, assistiamo attoniti ad una lettura riduzionista del desiderio dell’altro ricondotto solo a capriccio, e alla confusione sistematica tra dono e diritto: il dialogo tra le differenti istanze pare compromesso in partenza. E’ quanto mai necessario individuare elementi comuni, per ritornare a dialogare.

E’ proprio qui che una intuizione del Convegno potrebbe essere rilanciata: riconoscerci tutti “felici e mancanti” ed allenarci ad esserlo, restituirebbe sicuramente umanità alle questioni in gioco, ed offrirebbe strumenti che non illudano di saziare il desiderio di ciascuno, il quale, se autentico, mai potrà estinguersi. Non condannati all’insoddisfazione e neanche puniti da una ingiustizia, ma donne e uomini capaci di desiderare e di com-prendere perfino “desideri indesiderabili” come quelli altrui: questo è il disegno di uomo abbozzato al Convegno Ecclesiale.

Sotto questo profilo la testimonianza ecclesiale “figlia di Firenze”, avrebbe una opportunità imperdibile e straordinaria nel dibattito contemporaneo: assumere e far proprie le istanze di chi vive la condizione omosessuale, attrezzandosi per dare loro riconoscimento, in un percorso di reciprocità che sappia dal di dentro “con-dividere la mancanza”, mostrare cioè il limite davanti al quale talora perfino il desiderio, il desiderio di ognuno di noi, per essere autenticamente umano, è chiamato ad arrestarsi, a non incedere oltre.

Solo com-partecipando al desiderio dell’altro saremo buoni testimoni dell’Evangelo; non sui giornali e neanche nelle piazze, ma a partire dall’incontro effettivo con le persone, sul modello del Maestro, l’unico ancora capace di intessere legami non già “nonostante le differenze”, ma proprio in forza di queste.