Suor Rosalia Rendu

Testimoni del Risorto 13.04.2016

La “colpa” di quello che è diventata è, prima di tutto di sua mamma, donna forte, dalla fede solida; precocemente vedova e abituata a piangere i suoi morti, invece di chiudersi in se stessa e lasciarsi travolgere dai suoi problemi, proprio quando è più pericoloso e ben consapevole dei rischi che corre, apre le porte e il cuore per accogliere, sfamare, nascondere preti, suore e addirittura il vescovo di Annecy, che sono stati condannati a morte dalla Rivoluzione francese. Nella sua casa si celebrano clandestinamente le funzioni e tutti questi scomodi ospiti figurano come domestici e collaboratori della famiglia, protetti dalla complicità di tutto il paese, che pur a conoscenza della loro vera identità non tradisce questa vedova dal cuore grande. Giovanna, la primogenita, cresce in questo clima da catacombe e fa la sua prima comunione di notte, nell’angolo più nascosto della cantina appena rischiarato dalla luce di un paio di candele. “Voglio fare tutte le cattiverie possibili…….”: è il proposito a sette anni di questa vivace, capricciosa e maliziosetta bambina, che però è anche intelligente, delicata e sensibile e si lascia forgiare dalla fede e dalla carità respirate in casa. E proprio a partire dal giorno della sua prima comunione, pur continuando ad essere la piccola peste di sempre, comincia a lasciarsi interrogare dalla testimonianza di chi, pur di non tradire la fede e la vocazione, si adatta a vivere sotto mentite spoglie, diventando ora mendicante, ora giardiniere o domestico e, quel che è peggio, a rischio della vita. Ed è così che, un bel giorno, a 16 anni non ancora compiuti, stupisce tutti dicendo che vuole farsi suora tra le Figlie di San Vincenzo de’ Paoli. Mamma la lascia fare, convinta che si tratti di un’infatuazione passeggera e che il tempo la farà tornare presto a casa. Invece la ragazzina inizia il noviziato, stringendo i denti e superando ostacoli, primo fra tutti quello della salute, perché il suo fisico di ragazza dei campi mal si adatta al chiuso del convento. Si butta al servizio dei poveri nel quartiere Mouffetard, che ha il primato di essere tra i più poveri e malfamati di Parigi: neppure immagina che qui resterà per 54 anni, fino alla morte. Impara a conoscere le miserie morali e materiali che si nascondono nelle maleodoranti soffitte, straripanti di pezzenti; impara a diagnosticare malattie, scovare ferite e contrastare epidemie; si rimbocca le maniche per sfamare centinaia di bocche. La sua lotta alla povertà parigina si traduce nell’apertura di una farmacia, un deposito di vestiti, una scuola gratuita, un orfanotrofio, un ricovero per anziani, un nido, una casa per accogliere le giovani operaie. Si dimostra, come in realtà è, donna pratica ed efficace, che non si accontenta di soddisfare il bisogno immediato, ma che cerca di prevenirlo e, se possibile, di rimuoverne le cause. In breve diventa la suora più popolare di Parigi e di mezza Francia, perché lei non distribuisce soltanto generi di prima necessità, ma soprattutto consigli spirituali. Ed è così che il suo minuscolo parlatorio diventa più affollato di un ufficio ministeriale, con punte anche di 500 visitatori al giorno, dove si ritrovano, gomito a gomito, pezzenti e ricchi mercanti, cardinali e ambasciatori, addirittura l’imperatore. Qui viene spesso anche Federico Ozanam, oggi beato, che ascolta il suo consiglio di fondare le Conferenze di San Vincenzo e diventa suo “complice” in tante opere di carità. Lei passa indenne tra le barricate delle sommosse per curare i feriti di entrambi gli schieramenti, con la sua popolarità strappa i condannati già piazzati davanti al plotone di esecuzione, si carica sulle spalle i malati e i morti di malattie contagiose, praticando ciò che da sempre insegna alle consorelle: ogni povero “vale più di quanto sembra”; “se vuoi che qualcuno ti ami, sii tu ad amare per prima, e se non hai nulla da donare, dona te stessa”. Ben consapevole che “i poveri vi insolentiranno”, raccomanda però: “Più sono grossolani, più voi dovete essere dignitose”. Suor Rosalia Rendu si spegne il 7 febbraio 1856, stroncata dalle fatiche e dal suo continuo donarsi, perché per tutta la vita ha voluto semplicemente essere “il paracarro su cui tutti quelli che sono stanchi hanno il diritto di posare il loro fardello”. Ricchi e poveri, indistintamente, accompagnano il suo funerale, ma quando la bara è calata nella fossa sono questi ultimi a vegliare all’addiaccio e incuranti del freddo invernale, la sua prima notte al cimitero. La suora della misericordia, che raccomandava di “ricordarsi che i cenci nascondono Nostro Signore”, è stata beatificata da Giovanni Paolo II il 9 novembre 1993.