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“Piacere, mi chiamo Massimo e vengo dal Settecento…”

Veste, vive e studia le usanze del secolo dei Lumi: abita a Savigliano, ma a Fossano ha un po’ delle sue radici...

Può capitare anche qui di fare incontri inaspettati e insoliti, per così dire. È successo un mercoledì mattina, di fronte alla Stazione: un uomo, alto, magro e austero si guardava intorno e ammirava la città. Come tanti, certamente, si potrebbe dire. Peccato che fosse vestito in modo “antico”, o meglio, anacronistico. Incuriositi, ci siamo avvicinati. “Scusi, perdoni la domanda - gli abbiamo detto un po’ intimoriti -, ma perché è venuto qui vestito così, oggi? C’è forse una rievocazione storica; della quale non sapevamo nulla?”. “No - ci ha risposto sorridendo -, per me è normale; vado sempre in giro vestito così”. “Eh già! Piacere, mi chiamo Massimo… e vengo dal Settecento…”. Beh, dopo un incipit così sui generis la curiosità era tanta, e abbiamo continuato: “Ma cosa vuol dire che ‘viene dal Settecento’, mi perdoni?”. E lui con aria divertita: “In realtà sono una guardia forestale in pensione che fin da bambino ha cullato la passione per il Secolo dei Lumi. Adesso che ho tempo, e me lo posso permettere, vivo come se fossi nel Settecento: mi vesto con abiti di allora, con gli accessori del tempo, con quei profumi, le essenze… Io ‘abito’ il Settecento, do al secolo una nuova casa e una nuova vita in me”. E perché proprio a Fossano? “Beh, anche se sono originario di Torino e vivo a Savigliano, è a Fossano e nel Fossanese che ho una parte delle mie radici. Avevo voglia di tornare oggi, per rispolverare un po’ i ricordi: la mia nonna materna era di Cervere. Capitava, la domenica quando si andava a farle visita, di fare un salto a Fossano per passare il pomeriggio; mi hanno fatto una foto sui cannoni del bastione quando avevo quattro anni che conservo ancora, gelosamente… Poi, qui, ho un cara persona che frequenta il centro diurno ‘Il Mosaico’, mi piacerebbe andare fin là per curiosare, venite anche voi?”.

Facciamo da ciceroni a Massimo in città. Lui sembra un nobile uscito dalla corte parigina: bastone da passeggio in mano con una sorta di impugnatura-polena a forma di gallo, cappello tricorno, calze bianchissime fino alle ginocchia, scarpe col tacco, ricami, un orologio a chatelaine e quell’abito flamboyant… rosso, come i mattoni che contraddistinguono il Settecento fossanese: la chiesa di San Filippo, la Cattedrale, il monastero Ss. Annunziata, la facciata del Municipio e ovviamente il nostro gioiello ‘rosso’ settecentesco per eccellenza. La chiesa della Ss. Trinità, eretta dalla Confraternita dei Battuti rossi, e il relativo ospedale. I monumenti ci fanno da cornice e il mercato in via Roma è tutto uno stupore per quello strano ‘personaggio’. È un’antenna che cattura gli sguardi delle persone, dai più divertiti, ai più seri e diffidenti. È uno spettacolo nello spettacolo osservare i passanti intenti ad osservare. E fa riflettere, perché in fondo non è più stravagante di certi look alla moda di oggi, di certe mise: è una questione di stereotipi e punti di vista. I click dei telefonini non mancano, e le parole scorrono come in un dormiveglia. Perché Massimo non è un pazzo che vive di sogni e nostalgie, ma s’è fatto sogno egli stesso, il suo sogno di vivere il Settecento, oggi. Un uomo che esiste ogni giorno nel proprio desiderio.

Intervista e fotoservizio completo su "La Fedeltà" del 27 aprile 2016.