Giuseppe Benedetto Cottolengo

Testimoni del Risorto 27.04.2016

La gente lo chiama “il canonico buono” e tale è senz’altro, almeno per l’arcinota locuzione secondo cui la “vox populi” è facilmente identificabile con la “vox Dei”. Il che, tuttavia, non significa che “buono” equivalga a “convertito”, essendo la conversione una questione di cuore, che riguarda squisitamente il rapporto della creatura con il suo Creatore e alla quale, il più delle volte, si arriva percorrendo la strada dei poveri: così è successo per Madre Teresa di Calcutta, altrettanto per il canonico Giuseppe Benedetto Cottolengo, di cui parliamo questa settimana, che della misericordia incarnata con la fantasia della carità è icona quantomai eloquente. Basterebbe, per provarlo, considerare il fatto che una delle due “porte sante” della diocesi torinese, in questo Anno della Misericordia, è stata aperta proprio nel grandioso complesso della carità che dal suo fondatore prende nome, anche se alla parola Cottolengo, si collega più facilmente la struttura, l’edificio, la realtà caritativa, più che non la persona. A quest’ultima possiamo dedicare solo alcune rapidi pennellate, scegliendole tra quelle più strettamente connesse con la misericordia. Prendiamo le mosse dalle origini della famiglia Couttolenc, che non sono italiane, ma francesi, precisamente di Saint-Pons de Barcellonette nell’Alta Provenza, mentre di origini italianissime è la mamma, Benedetta Chiarotti, nata a Savigliano, dove di recente hanno individuato la casa abitata fino al giorno del matrimonio da questa donna, alla cui fede e devozione siamo debitori delle tre vocazioni sacerdotali sbocciate tra i suoi figli e, almeno in parte, della santità del suo primogenito. Il quale nasce a Bra nel 1886 e fatica a realizzare la sua vocazione per tutte le limitazioni che Napoleone impone in quegli anni ai seminari e agli istituti religiosi, ma fa in tempo ad essere ordinato prete alla soglia dei suoi 25 anni. Lo mandano viceparroco a Corneliano d’Alba e qui stupisce tutti perché prega, lavora, veglia i malati di notte, si dedica ai poveri con una generosità tale che ci rimette di salute e mamma è talmente preoccupata da convincerlo e riprendere gli studi e a pensare un po’ di più a se stesso. Don Giuseppe ubbidisce fin troppo: torna a Torino, riprende i libri in mano, si laurea in teologia e diventa un canonico dotto, stimato e ricercato da molta gente come predicatore e confessore. Non si dimentica dei poveri, svolge addirittura una qualche attività sociale a favore dei più bisognosi, ma fondamentalmente resta un prete ben “sistemato”, con una bella camera, uno stipendio più che buono e la prospettiva di una carriera brillante. Tutto questo però gli lascia l’amaro in bocca, reso inquieto, incerto, talvolta scostante e burbero, spesso anche triste e taciturno: un prete insoddisfatto, insomma, che è quanto di meno ci si possa augurare, soprattutto se si considera che ad andare in crisi esistenziale non è un seminarista o un giovane prete, bensì un uomo di 42 anni. Che ha sì, come egli stesso scrive a mamma, “la faccia rotonda qual luna piena”, il che sarebbe indice di buona salute, ma l’animo cupo di chi si accorge di non aver ancora fatto nulla di buono nella vita, tanto che il superiore gli ordina di leggere la vita di San Vincenzo de’ Paoli perché almeno abbia un argomento su cui discutere con i confratelli a tavola. La svolta (o “la grazia della Madonna”, come la chiama lui) arriva il 2 settembre 1827, quando la misericordia irrompe nella sua vita in modo tragico e imprevedibile. In quella notte accorre, chiamato per gli ultimi sacramenti, accanto al pagliericcio di un dormitorio pubblico, su cui agonizza Giovanna Gonnet, una giovane francese, mamma di tre figli e in avanzato stato di gravidanza, non ricoverata negli ospedali torinesi perché incinta, rifiutata dal reparto di maternità perché tubercolotica. La vicenda si chiude nel modo più tragico, con una bimba nata prematura che vive poche ore appena, seguita subito nella tomba dalla mamma, uccisa dalla tubercolosi. Impietrito e sconvolto, domandandosi perché proprio a lui sia toccato essere testimone di una simile tragedia, improvvisamente si accorge che la misericordia ha fatto irruzione nella sua vita, sconvolgendola e rivoluzionandola in pieno. Per questo accende tutte le candele dell’altare, fa suonare le campane e intona le litanie lauretane: da quel giorno non sarà più il prete che fa anche “qualcosa per i poveri”, perché la Madonna gli ha fatto la grazia di trasformarlo nel “prete dei poveri”, che saranno i suoi veri “signori e padroni”.

(continua sul prossimo numero)