Francesco Paoli

Testimoni del Risorto 01.06.2016

Per chiamarlo “frate Carità” o “padre dei poveri” un motivo più che valido devono certamente averlo. Anche se, a onor del vero, non mancano anche quelli che, da laico, lo chiamano bigotto e, da prete, ipocrita o simulatore, ma questa è la sorte di chi si espone e non ha paura di andare anche controcorrente. Abbiamo pensato di proporre questo antico carmelitano, come protettore e modello, a “quelli del naso rosso”, che in fondo egli ha anticipato di tre secoli, facendo qualcosa di simile a loro, anche se per questo, più che l’ammirazione e il plauso, dovette raccogliere derisioni e critiche. Francesco Paoli nasce nel 1642 ad Argigliano, nell’alta Toscana. Aiutare i poveri è un “vizio di famiglia” e, per impararlo, gli basta guardare suo padre, che aiuta tutti quelli che a lui si rivolgono e, alla fine, si riduce sul lastrico per essersi fatto garante di un amico presso un creditore e gli tocca saldare il debito che quello non riesce a pagare. “Bigotto” per i compaesani malpensanti lo diventa ben presto, per la sua frequenza assidua della chiesa, la sua devozione, la sua passione di radunare i ragazzi per insegnar loro il catechismo. Per questo nessuno si stupisce quando, a 18 anni, si fa presentare al vescovo dal papà con l’intenzione di diventar prete e, ancor meno, si meraviglia quando torna a casa con l’abito talare. Perché all’epoca, in assenza dei seminari, ci si preparava al sacerdozio restando in famiglia, ma al giovanotto probabilmente mancano la vita di comunità e un maggior ascetismo, che invece trova nel convento carmelitano di Fivizzano, dove entra alcuni mesi dopo. Riceve il saio e il nuovo nome di fra’ Angelo e viene ordinato prete a fine 1667, ma non vuole continuare gli studi e diventare maestro di Teologia, perché, dice, “sento di essere chiamato da Dio a servire il prossimo”, pur non sapendo cosa in realtà questo concretamente significhi. Gli affidano le più umili mansioni nel convento di Firenze a servizio dei confratelli, cioè curare quelli malati e confezionare le tonache degli altri, ma sembra che svolga queste attività, a dir poco usuali e neanche troppo impegnative, con così tanto entusiasmo e così tanta dedizione da diventar malato. In parole povere, esagera nel lavoro e nella penitenza e le sue condizioni di salute preoccupano talmente che il medico del convento decide di spedirlo a casa, perché si rimetta in forze.  Peccato che, appena rincasato, il buon frate si metta subito a cercare i poveri e poi salga per i monti a cercare pastori e contadini, per far loro catechismo. Anzi, finisce per stabilirsi da loro, costruendosi una capanna di frasche e adattandosi al loro scarso menù, il che non sarebbe propriamente il vitto e l’alloggio adatti ad un convalescente. Suo papà deve andarlo a recuperare e spedirlo a Pistoia, da un cugino farmacista, nella speranza che sia lui a rimetterlo in sesto, ma anche in questa città padre Angelo si lascia “tentare” dai poveri, arrivando perfino a mendicare agli angoli delle strade, per avere qualcosa con cui aiutarli. Rientra in convento e per 12 anni è itinerante tra i conventi di Firenze, Siena, Pisa, Montecatini, Empoli, Fivizzano, ovunque insomma l’obbedienza lo manda, con una breve esperienza da parroco a Corniola, una comunità difficile e “fredda”, dove in pochi mesi i parrocchiani gli van dietro tanto da farlo sembrare  “una chioccia seguita dai suoi pulcini”. In ogni città, comunque, sembra perseguitato dalla sua passione per i poveri: a Firenze, dove ha l’incarico di maestro dei novizi, porta questi ultimi all’ospedale di Santa Maria Nuova, facendo loro vedere con l’esempio come si assistono i malati e come si prestano i servizi più umili; a Siena apre quella che oggi chiameremmo una mensa per i poveri, dando ai tanti accattoni della città un piatto di minestra calda, che lui stesso prepara con quel che passa il convento e con la verdura che i contadini gli regalano; ed altrettanto fa a Montecatini, da dove, anzi, deve partire di notte, di nascosto come un ladro, per evitare le proteste della gente che non lo vorrebbe lasciar andare via. I poveri fanno in fretta a passarsi la voce e, così, il suo arrivo in ogni località è preceduto dalla fama di amico degli ultimi e di uomo dalle mani bucate, che invariabilmente si spoglia di tutto, come se i soldi gli scottassero tra le mani. Nel 1687 approda in Roma, al convento di San Martino ai Monti, ufficialmente per essere il maestro dei novizi, ma in realtà di nuovo talmente assediato dai poveri e assorbito dai malati, da sceglierli come suo esclusivo campo di azione.

(1 - continua)