Don Giacomo Abbondo

Testimoni del Risorto 13.07.2016

Di spettacolare o strepitoso, nella sua vita, non si trova alcunché, neanche a cercarlo col lanternino. O, se proprio vogliamo, di sensazionale c’è soltanto il mistero di come sia potuta restare inalterata la fama di santità di un semplice curato di campagna del Vercellese, vissuto nel Settecento che, giusto un mese fa, è stato beatificato, dando così ragione alla “vox populi”, che già in vita lo proclamava santo. È la riscossa dei parroci, cioè, per dirla con Papa Francesco, “di quei tanti bravi e santi sacerdoti che lavorano in silenzio e di nascosto” e tra i quali ogni tanto, come in questo caso, uno è scelto per essere messo sul moggio, perché anche gli altri, di riflesso, restino illuminati. Parliamo dunque del nuovo beato don Giacomo Abbondo, raccomandando innanzitutto, di non confonderlo, per assonanza, con il quasi omonimo di manzoniana memoria, del quale è semplicemente l’esatto contrario. Il nostro nasce in una frazioncina di Tronzano Vercellese il 27 agosto 1720 e per inseguire il sogno di essere prete fin da bambino comincia a scarpinare: da casa sua fino a Tronzano, per frequentare le scuole comunali; poi addirittura fino a Vercelli, per frequentare le superiori. Si paga gli studi vivendo in casa del sindaco di Vercelli e diventando il precettore dei suoi figli ed è ordinato il 21 marzo 1744 con dispensa papale perché in anticipo sull’età canonica. Ha davanti a sé una carriera accademica di tutto rispetto, perché nel frattempo si è laureato in Lettere all’Università di Torino ed a 28 anni è già titolare di “Umanità” presso le Regie Scuole di Vercelli: un gran “bel cranio”, come attestano i molteplici e prestigiosi incarichi, che gli vengono in quegli anni conferiti e che egli, in men che non si dica, è disposto a gettare alle ortiche, appena viene a conoscenza che il suo vescovo avrebbe piacere che accettasse la nomina a parroco di Tronzano. Che è pur sempre il suo paese natale, ma in realtà per il vescovo è una gran bella gatta da pelare, perché il parroco precedente si è fatto malvolere dai tronzanesi e con il suo stile pastorale giansenista ha allontanato tutti i fedeli dalla Chiesa. Sulla nomina del successore si apre un contenzioso, anche perché i capifamiglia rivendicano il diritto di elezione, per un antico privilegio quattrocentesco, e l’unico nome che metterebbe tutti d’accordo sarebbe il suo, di fronte al quale i tronzanesi esasperati sarebbero disposti a “seppellire l’ascia di guerra”. Così don Giacomo sceglie di fare il parroco, ben sapendo che non gli sarà facile e che i parrocchiani se li dovrà conquistare uno ad uno. Fa il suo ingresso il 3 luglio 1757 e a chi gli chiede quanto valga il beneficio parrocchiale risponde invariabilmente che “può valere il Paradiso o l’Inferno”. Comincia a parlare il linguaggio che tutti possono capire, quello della misericordia e dell’attenzione ai più deboli, girando per le case e prendendosi cura di malati, poveri ed anziani soli. Si fa aiutare da un apposito comitato caritativo, per far arrivare al loro domicilio, viveri, legna e medicine e i parrocchiani cominciano a stupirsi di quel nuovo parroco, che mette in prima fila la carità. Come si stupiscono faccia così sul serio anche su altri fronti: vive sobriamente, a volte rinuncia anche al necessario, rinnova la liturgia, invita alla comunione settimanale, “apre” alla catechesi familiare coinvolgendo direttamente i genitori, ammette alla comunione i bambini a partire dai dieci anni, visita tutte le case per la benedizione annuale, porta frequentemente la comunione ai malati, raggiunge a cavallo anche le abitazioni più isolate per controllare personalmente il grado di istruzione religiosa, è di frequente in chiesa a disposizione per le confessioni. “Qui è ignoto il nome di vacanza”, è solito dire, rinunciando all’usanza vercellese di sospendere la predicazione nei mesi estivi a causa del clima afoso insopportabile e continuando con lo stesso ritmo, anche durante l’estate, il suo impegno per la catechesi, l’omelia, l’istruzione religiosa. La parrocchia comincia a rifiorire, la chiesa torna a riempirsi, al parroco “santo” già in vita attribuiscono guarigioni inspiegabili che continuano nel tempo, tanto che ad oggi se ne contano ben 3.350, segno inequivocabile di una fama di santità mai venuta meno. Muore il 9 febbraio 1788, quando Giovanni Maria Vianney, il futuro Curato d’Ars, ha appena due anni: quasi un passaggio di testimone in un’ideale staffetta di santità sacerdotale, giocata all’interno del confessionale e nell’esercizio delle opere di misericordia.