Aristea Ceccarelli

Testimoni del Risorto 20.07.2016

Come famiglia non è certamente il massimo che si possa desiderare, quella in cui, ad Ancona, il 5 novembre 1883, vede la luce Aristea Ceccarelli. Papà è irascibile, scontroso e violento; primeggia nella bestemmia e nel bere e la maggior parte delle sue questioni le risolve a scazzottate; pur essendo di origini benestanti e con una buona istruzione, ben difficilmente riesce a garantire pasti regolari alla sua famiglia, perché ridotto sul lastrico dal vizio del gioco. Ha lasciato moglie e figlio per andare a convivere con un’amante dalla quale ha sedici figli, soltanto cinque dei quali riescono a superare l’infanzia e per poter regolarizzare la sua posizione sentimentale con quest’ultima deve attendere la morte della moglie legittima. Alla compagna, solo successivamente sua moglie, affida la gestione di un’osteria di infimo livello, perennemente in passivo, e quindi ben poco utile al mantenimento della famiglia. È, questa, una donna, pur se bella, completamente analfabeta, con un carattere molto duro, introverso e incapace di ogni minimo gesto affettuoso. Non è dunque a questi genitori un po’ “particolari” che Aristea può essere debitrice di ciò che diventerà, a cominciare dalla preparazione alla cresima e alla prima comunione, perché si rifiutano perfino di accompagnarla in chiesa per le celebrazioni. E neppure alla sua istruzione si sentono obbligati, cosicché lei con una serie di lavoretti impara a mettere insieme soldo su soldo per pagarsi “lezioni private” da una vicina di casa, appena un po’ più istruita di lei, che comunque interrompe le sue ripetizioni non appena si esaurisce il piccolo gruzzolo di Aristea, diventata capace appena di fare la sua firma. In compenso si preoccupano per tempo di combinarle il matrimonio, scegliendo per lei tal Igino (Gino) Bernacchia, facendoglielo sposare, dopo quattro anni di fidanzamento, nel 1901, prima ancora cioè che compia 18 anni. Le condizioni economiche del marito sono senz’altro migliori di quelle di casa sua, perché gestisce con fratello e genitori un piccolo spaccio di generi alimentari: peccato che l’intera famiglia (Gino compreso) abbia la sensazione, più che una moglie o nuora, di aver assunto una persona di servizio, dalla quale pretendere tutto e, per questo, considerata “ultima di tutti, al di sotto di tutti, anche dei garzoni. Indegna di essere avvicinata da chiunque, considerando tutto quello che mi si dava, o faceva, come una carità e misericordia del Cielo”. Sono, queste, parole di Aristea, racchiuse in un “diario” voluto dal suo padre spirituale e che lei, appena capace di tenere la penna in mano, deve farsi scrivere da una persona amica. Dall’indifferenza e dallo sfruttamento all’insulto il passo è breve: “neppure l’onore di essere chiamata col nome di Battesimo mi fu accordato nella nuova famiglia, da mio marito. Ma Gino mi ha sempre, per abitudine, chiamato: carogna schifa, carogna fetente, checca, cioè a dire stupida. Ma questi erano i titoli nei tempi di buon umore e di calma, perché, nei momenti di ira, vi era ben altro”, fa annotare Aristea nel diario. Sembrerebbe la descrizione di una purtroppo ben conosciuta cronaca di violenza domestica, verbale e anche fisica, con la prevaricazione di un marito violento su una moglie sottomessa, anzi decisamente succube, ma non è così, perché “a Gino non ho mai celato nulla, ma con semplicità e schiettezza il labbro ha ripetuto quanto avevo nel cuore! Certo il Signore veniva chiaramente in aiuto, a sostenere questa mia semplicità sincera, franca, leale, altrimenti avvenimenti e situazioni rimarrebbero inspiegabili e incredibili”. Si tratta, piuttosto, della resistenza “sui generis” di una donna forte, che non si lascia piegare pur soffrendo terribilmente, tanto da poter far scrivere “la mia vita è un libro di dolore chiuso….. è tutta in due parole: privazioni e umiliazioni”. Nel 1907, cioè ad appena 24 anni, deve sottoporsi all’espianto dell’occhio destro, perché un anno dopo il matrimonio c’è stata la perforazione del globo oculare e le cure non sono servite a scongiurare l’intervento. Le resterà una nevralgia del trigemino, cui nel tempo si aggiungeranno coliche e dolori diffusi in tutto il corpo che, pur facendola soffrire, non sono tuttavia nemmeno lontanamente paragonabili alle sofferenze morali, che le procurano un “dolore così vivo e intenso, al cui confronto il trigemino è un signoretto, perché almeno so di che cosa si tratta”.
(1 - continua)