Ryanair c’è. E noi italiani?

Lasciamo scoperti tanti settori promettenti e/o redditizi, senza neppure provarci

Ma non è che “gli investimenti stranieri” sono il bicchiere mezzo pieno che fa da contraltare a quello mezzo vuoto degli “investimenti italiani”? Possibile che sessanta milioni di italiani – gente che solitamente brilla per imprenditorialità – lascino scoperti così tanti settori promettenti e/o redditizi, senza alcuna voglia di provarci e, magari, di riuscirci?

Fa piacere leggere che l’irlandese Ryanair aprirà in Italia 44 nuove rotte: significa che già ora ci guadagna e pensa di farlo ancor più in futuro. Milioni di persone vogliono arrivare in Italia; altrettanti italiani viaggiano all’estero. Ma i vettori – soprattutto le compagnie low cost – sono tutti stranieri: irlandesi, tedeschi, spagnoli, inglesi… La vecchia Alitalia è in mani arabe, dopo averne combinate di cotte e di crude. Chi, tra i nostri connazionali, ci aveva provato ad affrontare questo business, ne è uscito scornato. E così i cieli (e le rotte) sono in mano agli stranieri: decidono loro verso dove si volerà da Verona, Pisa, Napoli. E in quali città atterreranno cinesi e indiani.

E gli alberghi? Se il turismo è il nostro petrolio, gli “estrattori” sono tutti stranieri. Noi, fermi alle pensioncine familiari in riva al mare; loro, ad acquistare i pezzi più pregiati o ad accorpare catene di strutture capaci di fare sistema e quantità. E pensare che nelle nostre banche ci sono centinaia di miliardi di euro di risparmio privato che non sanno come e dove trovare redditività: si pensi alle casse pensionistiche, ai fondi comuni, a certi grandi patrimoni.

I tedeschi stanno arrivando con la loro grande distribuzione, sanno che il mercato italiano è molto frammentato e “locale”: se non faranno gli errori dei francesi (in ritirata) davanti a loro si aprirà la prateria che hanno trovato le catene di abbigliamento spagnole e svedesi da noi, patria della moda ma anche dei troppi piccoli negozi “individuali”; o la svedese Ikea nel settore dell’arredo di massa. A fronteggiarla, qualche gruppo nostrano che ha tre-quattro punti vendita che arrancano di fronte ad un colosso presente in tutto il mondo e con mezzi e attrattiva incomparabili e ineguagliabili.

Così siamo “il più bel Paese del mondo” con un lifestyle che ci invidiano tutti: ma fatichiamo a farlo diventare risorsa pesante, ricchezza diffusa. Ci siamo inventati ogni ben di Dio da mangiare e bere, salvo poi consegnarlo ai grossi portafogli stranieri (dalle acque minerali ai formaggi passando per salumi e gelati); siamo la patria del design – vestiti, mobili, arredi – ma la grande distribuzione non è targata made in Italy. Insomma i treni passano, ma ci sale qualcun altro.

È vero: i titolari d’impresa – stranieri o italiani – poi pagano gli stipendi qui. Ma i guadagni aziendali finiscono altrove. La verità è che, soprattutto sui nuovi business, noi italiani non ci siamo. Eppure siamo sempre stati bravissimi almeno a copiare. Si vede che il benessere ci ha veramente cambiati.