Né bamboccioni né rassegnati, è la generazione dei nativi precari

Due ricerche diverse, quella Acli/Cisl e il Rapporto Migrantes, ci consegnano la fotografia di una generazione di giovani consapevoli della precarietà dell'impiego e della necessità di essere flessibili per poter entrare nel mercato del lavoro. Al punto da rinunciare a tutele e ambizioni. 

Il mai esausto dibattito su giovani e lavoro aggiunge questa settimana due elementi significativi. Da un lato, colpiscono i risultati della ricerca “Avere vent’anni, pensare al futuro” condotta da Acli Roma, Cisl Roma Capitale e Rieti in collaborazione con l’Iref (Istituto di ricerche educative e formative), dall’altro spiccano le cifre in crescita del rapporto Migrantes “Italiani nel mondo”. I due testi mettono in evidenza la grande dinamicità dei giovani italiani, ma soprattutto le molte incertezze e le zone d’ombra di una situazione sociale che non sembra volerli aiutare, nonostante la loro voglia di mettersi in gioco.

La ricerca Acli-Cisl, basata su interviste a oltre mille giovani tra i 16 e i 29 anni, restituisce l’immagine di una gioventù disillusa anche se non priva di speranza. Alla domanda “a cosa rinunceresti per avere un lavoro?”, ben il 65% degli interpellati si è dimostrato disposto a dire addio a diritti e contratti pur di poter contare su un qualsiasi posto di lavoro. Nello specifico, i ragazzi mostrano una percezione molto concreta del sistema: il 28% rinuncerebbe ai giorni di malattia, il 26% ai giorni di ferie e l’11% alla maternità. Su altro fronte, il Rapporto Migrantes racconta di un’emigrazione massiccia di italiani verso l’Estero – sono 107.529 gli italiani emigrati all’estero nel 2015 – per cercare altrove quel lavoro che qui non c’è, pronti a cogliere le occasioni dovunque si presentino. Il trend è in aumento, con 6.232 partenze in più e, a partire, sono soprattutto i giovani “millennials” dai 18 ai 34 anni: istruiti, specializzati.

“I dati che abbiamo raccolto con il questionario di autopercezione del mondo del lavoro sono perfettamente collidenti con quelli del rapporto Migrantes”, commenta Lidià Borzì, presidente delle Acli di Roma che lunedì scorso ha presentato la ricerca Iref. “I giovani sono molto consapevoli, tutt’altro che ‘sdraiati’ – spiega Borzì -, molto attivi tra scuola, volontariato e la ricerca di piccoli lavoretti”. Una consapevolezza che trasforma le modalità, ma non le priorità. “I giovani oggi sono nativi digitali ma anche nativi precari” chiarisce la presidente Acli. “Molto è cambiato rispetto a modelli con cui sono cresciute le altre generazioni: per i nati alla fine degli anni ’40 l’istruzione procurava un lavoro in poco tempo, così ci si sposava presto e subito si avevano i figli. Oggi i ragazzi sanno che questi automatismi non sono più veri, ma, nello stesso tempo, a domanda rispondono che vogliono un lavoro per formare una famiglia”.

“Quello che emerge è un profilo di giovani non bamboccioni, non in attesa di posto fisso ma capaci di mettersi in gioco, di impegnarsi duramente per ricerca del lavoro” considera Michele Tridente, vicepresidente e responsabile nazionale giovani dell’Azione Cattolica. Un contesto dinamico in cui, allo stesso tempo, “si coglie l’urgenza di difendere la dignità del lavoro, la tutela di condizioni di lavoro sostenibili per la vita delle persone, perché accettare ogni tipo di lavoro significa non fare un servizio alla propria vita”. La dignità del lavoro è una tematica molto cara a Papa Francesco e trascurare i giovani porta con sé il rischio concreto per il nostro Paese di un impoverimento demografico e culturale. “Il rapporto Migrantes ci mette di fronte a un dato reale: la fuga imponente dei giovani, stanchi di saltuarietà e di varie forme di sfruttamento”, commenta Maria Pangaro, delegato giovani di Mcl. Che aggiunge: “è altrettanto chiaro che i giovani sono disposti a fare un po’ tutto: pur di avere un minimo di sicurezza economica sono pronti a tralasciare il loro percorso di studi e le loro aspettative”.

Cosa li spinge a essere così realisti, al limite del pessimismo? Risponde Lidia Borzì: “I giovani sanno perfettamente che è il lavoro che dà la dignità e l’accesso alla cittadinanza, quindi si accontentano di lavoretti precari che però fanno bruciare tutto nell’immediato, e rendono precari i progetti di vita. Non è che non gli interessa avere tutta una serie di tutele, solo sanno che non è scontato”. Ci si adatta e si vivacchia. Una generazione rassegnata? Per Tridente “è forte il rischio di perdere la speranza, di essere disillusi. Vedo però tanto desiderio di mettersi in gioco, di farcela da soli”. Ma attenzione, chiosa Borzì  “c’è una grande differenza tra la flessibilità, che è buona e che i giovani possiedono più dei loro genitori, e la precarietà, che invece è cattiva. Un conto è poter scegliere il cambiamento, a fronte di posizioni migliori o più appetibili, quando lo subisci sei un precario”.

Quali le soluzioni da mettere in campo? “Come Mcl – dice Maria Pangaro – cerchiamo di produrre e dare una formazione maggiore ai ragazzi, come la serie di percorsi a moduli elaborati con l’università cattolica di Milano, in cui ogni anno si esplora una diversa area tematica”. E poi c’è l’accompagnamento post- formazione “con lo sportello ‘Prontolavoro’ che si occupa di intermediazione scuola lavoro: orienta e dà supporto ai giovani per la compilazione del curriculum, con un’attenzione particolare ai requisiti giusti dando la possibilità di essere messi in contatto con le imprese”. Per Michele Tridente è essenziale puntare sul legame con i territori, in una riscoperta e valorizzazione delle varie eccellenze: “viviamo in un tempo in cui ci è chiesto uno sforzo di creatività e di innovazione affinché i territori possano vivere e dare il meglio”. In questa prospettiva, è indispensabile “inventare modalità nuove per rivitalizzare i territori di origine, e penso al nostro Sud. Questo però non può essere solo un impegno dei giovani, ma di tutta la comunità, a partire dalle Istituzioni”. In ballo c’è il futuro del Paese.