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Decisioni radicali o provvedimenti senza stravolgimenti?

L’economia italiana da anni si dibatte di fronte a questo dilemma

La scossa tellurica o gli aggiustamenti a colpi di cacciavite? L’economia italiana da anni si dibatte di fronte a questo dilemma: servono decisioni radicali, drastiche, di grossa portata per rivoluzionare un tessuto economico che rimane solido ma da troppi anni arranca? Oppure serve una serie di provvedimenti che cerchino di ottenere lo stesso scopo – una ripresa economica meno zoppicante – senza stravolgimenti?

Delle due opzioni, l’Italia finora ha sempre scelto la seconda: casomai è da valutare se lo abbia fatto bene, o no. Stando comunque ai risultati, è più no che sì. Ma i fautori della scossa rivivificante non demordono: serve ben altro che un bonus qua, un taglietto di imposte là, una detassazione mirata o un super-ammortamento particolare. Sostanzialmente si guardano le esperienze straniere e si proclama: pure qui.

L’Irlanda, messa in ginocchio dalla crisi economica del 2008, ha ripreso a volare grazie ad un mostruoso taglio delle imposte fisiche e aziendali, attirando in loco migliaia di aziende da tutto il mondo. La Grecia, per salvarsi, ha giocoforza compresso la spesa pubblica a livelli quasi insostenibili; la Germania vola grazie a decise politiche del lavoro e a investimenti ingenti sull’innovazione tecnologica; la Gran Bretagna ha ridotto le prestazioni di welfare, soprattutto a chi è senza lavoro. La Svizzera ha rivalutato la sua moneta (operazione non indolore), gli Stati Uniti infine hanno applicato una politica monetaria espansiva per dare fiato all’economia, a costo di far scoppiare la rana; cosa imitata un paio d’anni fa dalla Bce di Mario Draghi.

Qui in Italia, i sostenitori della scossa guardano tutti verso la stessa direzione: un taglio della spesa pubblica; in contemporanea, un taglio altrettanto secco alle imposte pagate da persone fisiche e aziende. Tutto ciò per lasciare più soldi in tasca agli italiani, attirare investimenti e per aggredire più seriamente la montagna del debito pubblico.

Qualche tentativo propedeutico è stato fatto (ricordate le varie spending review elaborate da questo o quell’economista incaricato da questo o quel governo?), salvo poi chiudere tutto in un cassetto e proseguire con azioni più blande.

Il perché non è un mistero. Il taglio della spesa pubblica nell’immaginario collettivo è la cancellazione di rimborsi spese e di auto blu ai grossi papaveri politici e dirigenziali. Nella pratica, significa licenziare decine di migliaia di dipendenti pubblici, soprattutto al Mezzogiorno: insegnanti in primis, quindi dipendenti comunali, regionali, ministeriali; ridurre gli investimenti nella sicurezza; scremare molto di più i 100 e passa miliardi di euro che costa la sanità ogni anno (meno esenti ticket, più prestazioni a pagamento, meno ospedali e servizi, ecc.), eliminare ogni forma di sovvenzione all’industria privata (quindi altri fallimenti, licenziamenti). Soprattutto mettere mano ancora una volta, ancora di più alla spesa previdenziale, che è la voce numero uno – dopo gli stipendi del personale pubblico – di spesa dello Stato.

Le cronache ci presentano una realtà opposta: nuovi bonus, aumento della spesa previdenziale, assunzione di decine di migliaia di insegnanti. Ci sono ovviamente motivazioni politiche – è meglio dare che tagliare – ma anche una decisa opposizione a manovre scioccanti a cui non si crede. I danni sociali immediati sarebbero sicuri; i vantaggi, tutti da verificare. Come una terapia d’urto somministrata a un malato, lo può guarire come mettere al tappeto. E l’Italia ha passato questi anni di crisi tutto sommato senza drammi sociali, niente di quanto s’è visto nella vicina Grecia o anche nella Spagna che si è tirata su con una cura da cavallo, ma al costo di una disoccupazione giovanile vicina al 50%. E non è un caso che la Spagna sia rimasta un anno senza un governo…

Quindi, come direbbero i cugini spagnoli: adelante, ma con juicio.