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Stanislawa Leszczynska – 2

Testimoni del Risorto 23.11.2016

Prende possesso della “sala parto”, che altro non è che una baracca come le altre, con al centro una lunga stufa. La sua prima preoccupazione è che attorno a quest’unica fonte di calore trovino sistemazione le brande di chi ha appena partorito, mediante un sistema di rotazione delle prigioniere. Con un paziente lavoro di convincimento e con una lenta opera di educazione sanitaria invita e quasi obbliga le future mamme a procurarsi presso le altre prigioniere lenzuola e tessuti puliti attraverso lo scambio della loro razione giornaliera di pane. Perché da subito appare evidente che Stanislawa Leszczynska non sarà mai, come Klara, disponibile a sopprimere una sola delle vite umane che ha collaborato a far venire alla luce; se destinato a vivere, dunque, al bambino bisogna garantire un minimo di corredo e alla mamma un vitto leggermente più abbondante per aiutarla nell’allattamento. Così diventa lei stessa mendicante di bende e tozzi di pane, a cominciare proprio dalla sua razione che si toglie volentieri di bocca, aiutata incondizionatamente da sua figlia. All’ordine perentorio di uccidere ogni neonato è disubbidiente tremila volte, tante quanti sono i bambini che fa nascere, potendo alla fine constatare con soddisfazione che nessuno di questi è morto durante il parto o in conseguenza di esso. Non solo: rischiando ogni volta la camera a gas, riesce anche a battezzarli tutti, ovviamente di nascosto. Al primo che fa nascere impone il nome di Adam, come il primo uomo, come augurio di vita; a quella che nasce il 20 dicembre 1944 il nome di Ewa, come la prima donna, con la segreta speranza che in quel luogo di morte cominci a rifiorire la vita, cosa che effettivamente avviene proprio a partire da quel giorno, perché la guerra sta per finire e anche il rigore del campo a poco a poco si affievolisce. Stanislawa cerca di venire incontro al bisogno di spiritualità delle detenute, per impedire che in esse muoia la speranza: vicino a lei si radunano a pregare, spesso con il rosario, e ogni domenica si trasforma in diaconessa della vita e della fede, intrattenendole attorno alla stufa per una “liturgia della Parola” che è l’unico barlume di soprannaturale per quelle povere creature. Da tutti affettuosamente chiamata “mamma”, perché di questa possiede la dolcezza, la preveggenza e un cuore sempre sollecito, prende segretamente nota su un quadernetto di tutti i bimbi che ha fatto nascere, mentre per i nazisti ognuno è semplicemente “nato morto”. È lei ad occuparsi, almeno finché le è possibile, di nasconderli, sfamarli e riscaldarli, con la sola soddisfazione di aver fatto fiorire la vita anche in quell’inferno. Dei tremila bambini passati attraverso le sue mani, millecinquecento vengono affogati dalla stessa Klara quando riprende “servizio”, un migliaio muoiono di freddo e di fame, alcune centinaia vengono avviati per l’adozione al brefotrofio, dove ognuno arrivava con un numero discretamente impresso sull’avambraccio, perché Stanislawa ha la segreta speranza che un giorno questo tatuaggio consenta al bimbo di ricongiungersi alla propria madre naturale. Solo una trentina di bimbi riescono a sopravvivere insieme alle loro madri e con esse venire liberati quando i maledetti cancelli di Auschwitz sono finalmente abbattuti. Sono gli stessi che un giorno del 1970 si raccolgono intorno a lei per dirle grazie di essere tornati vivi dall’inferno di quel campo; a consegnarle un mazzo di fiori è proprio Ewa, la bimba nata a dicembre per annunciare il ritorno della “primavera”. Perché l’ostetrica non solo sopravvive ad Auschwitz insieme a sua figlia, ma dopo la guerra ha la gioia di ricongiungersi ai due figli maschi, di rientrare a Lodz e di tornare a fare l’unica cosa di cui è capace: far nascere la vita. “Non rimpiango niente, neanche i sacrifici fatti”, sussurra ai sopravvissuti che la circondano in quel momento di festa, mentre i suoi figli collaborano a diffondere il suo “Rapporto di un’ostetrica ad Auschwitz”, nato dal quadernetto segreto che nel campo aveva redatto, che Stanislawa offre “in nome di coloro che non poterono parlare al mondo dei torti subiti: in nome della madre e del bambino”. Muore l’11 marzo 1974 a 78 anni e nella bara vuole essere rivestita con l’abito da terziaria francescana, segno palese della sua fede e della sua intensa spiritualità. Nel 1992 la Congregazione per le Cause dei Santi concede il proprio nulla osta per iniziare il processo di beatificazione dell’ostetrica di Auschwitz che non riusciva a parlar male di nessuno, nemmeno dei nazisti suoi carcerieri.

(2 - fine)