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Il referendum italiano e il futuro dell’Unione europea

Molto sono state amplificate voci estranee all’arena politica italiana  pesantemente intervenute prendendo posizione, o addirittura cercando di dettarla, in merito al referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale italiana.

Molto sono state amplificate voci estranee all’arena politica italiana  pesantemente intervenute prendendo posizione, o addirittura cercando di dettarla, in merito al referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale italiana.

Alcune di queste voci sono state veicolate da più o meno autorevoli testate giornalistiche, prevalentemente sensibili alle prospettive finanziarie dell’Italia e, più ancora, a quelle dei poteri economici dalle quali emanano. Punti di vista legittimi, ma sicuramente non neutri, più attenti alle occasioni che l’esito referendario potrebbe offrire ai mercati e alle loro pratiche speculative che non alle esigenze di cambiamento cui deve rispondere l’Italia.

Si è trattato di attori influenti, spesso motivati da interessi non sempre limpidi nei quali si nascondono disegni politici occultati alla stragrande maggioranza dei cittadini italiani chiamati a votare. Un’invasione del campo elettorale che rischia di ridurne ulteriormente la già fragile salute democratica, già messa a dura prova in casa nostra da risse e insulti che sicuramente non le hanno arrecato grandi benefici. Ma si è trattato anche di un’invasione di campo che lascia il tempo che trova, non amando probabilmente troppo l’elettore adulto farsi dettare “da fuori” ingiunzioni di voto.

Tutt’altra storia e qualità le considerazioni provenienti “da dentro” le Istituzioni europee, che sono anche le “nostre” Istituzioni, democraticamente scelte con la sottoscrizione di regole e Trattati condivisi. Non è un caso che da parte di queste fonti istituzionali abbia prevalso una discrezione che resta da interpretare.

Non si tratta certo di un atteggiamento di indifferenza rispetto all’esito della consultazione elettorale, in particolare in una stagione molto problematica per l’UE che vedrà, nel giro di poco tempo, altri Paesi andare al voto, da quello di domenica in Italia e Austria, in Olanda a marzo, in Francia a maggio e in Germania a settembre. Tre di questi Paesi sono stati fondatori della prima Comunità europea e registrano tutti al loro interno un diffuso senso di sfiducia nel processo di integrazione europea, che si traduce nella diffusione di movimenti nazional-populisti, ostili al progetto europeo.

E’ il caso, anche in Italia dove molti sostenitori del “no” al referendum costituzionale parlano con grande leggerezza di un’uscita dell’Italia dall’euro che, sommandosi a Brexit, alle analoghe richieste del Front National in Francia, degli euroscettici olandesi e dei nazionalisti tedeschi, trascinerebbe con sé la disgregazione finale di quello che resta del disegno di solidarietà europeo, motore negli anni passati di coesione sociale e argine al rischio di conflitti armati.

Chi avesse anche solo un po’ di memoria europea sa bene quali  potrebbero essere le conseguenze devastanti di voti nazionali ma ad alto impatto per l’UE. Sono considerazioni talmente evidenti che le Istituzioni europee non hanno ritenuto opportuno ricordarle esplicitamente, limitandosi a mantenere un atteggiamento di attesa e cercando di non gettare benzina sul fuoco. Si può leggere così l’atteggiamento della Commissione europea che ha rinviato all’indomani dell’esito referendario la controversa legge di bilancio che il Parlamento italiano sta deliberando.

Speriamo che anche gli elettori italiani, insieme con quelli degli altri Stati membri dell’UE, abbiano consapevolezza che forse mai, come nelle prossime tornate elettorali, si vota per decidere non solo del futuro del proprio Paese, ma anche di quello dell’Unione Europea.