01.03.2017

“Non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo” (Papa Francesco)

Se ripeti un’azione più volte, per più giorni o mesi, succede che quell’azione diventi un gesto abitudinario, fatto a memoria. Mi viene in mente la guida dell’auto; facciamo azioni ripetute, sempre uguali, per anni: girare la chiave, schiacciare la frizione o l’acceleratore, cambiare marcia, frenare… Azioni fatte migliaia di volte e diventate gesti automatici, fatti a memoria. Guidiamo “senza neppure pensarci”. La nostra attenzione è presa dalle indicazioni stradali, dalla musica che ci sta accompagnando o dai discorsi dei compagni di viaggio. Lo stesso accade quando incontriamo una persona: salutiamo, stringiamo la mano, chiediamo “come va?”, invitiamo a prendere un caffè. Anche in questo caso “agiamo quasi a memoria”. È interessante provare a guardarci per vedere come incontriamo gli altri: forse in modo freddo e meccanico, in modo disinteressato, senza empatia oppure con calore, con accoglienza, con gentilezza. Rischiamo di dare tutto per scontato, comprese le persone. Siamo tentati di essere schiavi dei giudizi o pregiudizi e di rimanere distanti dall’individuo che incontriamo. So chi è, so la sua storia, so il suo carattere e così non esco “dalle cose che so” di lui. Ecco il vero problema: spesso incontro l’idea che ho di te, non te. Spesso incontro il pregiudizio che ho di te, non te. Spesso incontro ciò che tu sei stato, non ciò che sei oggi. È davvero difficile incontrare la realtà per quella che è, le persone per quelle che sono. È così difficile mantenere attese e domande. Eppure le domande creano legami mentre i giudizi creano distanze. Senza accorgerci creiamo muri già solo con i pregiudizi: nella coppia, con i figli, in società, nei rapporti internazionali. Invece ogni giorno devo lottare per incontrare l’altro, per sporgermi verso lui oltre l’idea che mi sono fatto di lui. Ogni giornata è una lotta per abbattere i muri: con mia moglie e mio marito, con i miei colleghi di lavoro, con i parenti. È la prima delle nostre battaglie. Perché è innanzitutto una battaglia con noi stessi, le nostre paure, le nostre abitudini, i nostri giudizi, i nostri principi. Vincere tale rigidità è il primo contributo che possiamo dare alla lotta contro la violenza. Perché significa permettere all’altro di esistere davvero, per com’è e non per come decido che sia. Gli permetto di passeggiare nella “mia” piazza, anzi oso prendermi cura di lui. Proprio come ci invita a fare Papa Francesco: “Non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”. Là dove sei, con le persone che incontri.
Per allenarci ad incontrare davvero l’altro credo sarà molto utile la mostra di Caravaggio. Avremo l’occasione di stare davanti alle sue opere a lungo, anche ore, per incontrarle davvero, per lasciarle parlare, per incontrare l’opera e non l’idea sull’opera. E, così facendo, ne scopriremo la bellezza. Come nella vita: se incontrata in profondità ogni cosa ti sorprende.