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Dichiarazione di Roma. E dopo?

La “Dichiarazione di Roma”, sottoscritta all’unanimità dai Ventisette Capi di Stato e di governo dell’Ue, il 25 marzo 2017, non è la prima nella storia dell’Unione europea, ma potrebbe contribuire ad infletterne il futuro.

La “Dichiarazione di Roma”, sottoscritta all’unanimità dai Ventisette Capi di Stato e di governo dell’Ue, il 25 marzo 2017, non è la prima nella storia dell’Unione europea, ma potrebbe contribuire ad infletterne il futuro. Dieci anni fa una Dichiarazione analoga venne adottata a Berlino, all’indomani del grande allargamento dell’UE e giusto alla vigilia dell’esplosione della crisi finanziaria, e poi economica e sociale, che dura ancora oggi.
Da quel lontano 2007 molte cose sono cambiate nel mondo e in Europa. La globalizzazione ha modificato economia e commerci, mutato il quadro geopolitico mondiale con l’emersione di nuovi e vecchi attori in un mondo multipolare. Sono cresciute Cina e India, dopo l’era Obama gli USA hanno svoltato verso approdi difficilmente prevedibili e la Russia è tornata in gioco e preme sulle frontiere dell’Unione Europea ai cui confini soffiano venti di guerra e conflitti vivi sotto le ceneri.
L’Ue, avviata da anni alla ricerca di una pacifica convivenza multiculturale, stenta a dare una risposta coordinata a importanti flussi migratori che hanno contribuito ad alimentare movimenti nazional-populisti, ostili al processo di integrazione comunitaria in nome di un’esasperata e presunta “sovranità nazionale”, in particolare nei Paesi entrati recentemente a far parte dell’UE.
Viviamo in un mondo turbolento e in un’Europa impaurita, irriconoscibile rispetto a quella di dieci anni fa, molto diversa da quella coraggiosa di sessant’anni fa, limitata a soli sei Paesi, ma determinati a rialzarsi dalle macerie lasciate dalla Seconda guerra mondiale.
La Dichiarazione firmata a Roma il 25 marzo si colloca in tutt’altro contesto e lo si vede già a una prima lettura. Risultato di faticosi negoziati, scritta nella lingua dei diplomatici non dirà molto ai popoli europei che si aspettavano più determinazione e coraggio, ma non è nemmeno priva di messaggi utili per proseguire sulla strada dell’integrazione. Lo rivela il passaggio centrale: “Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile”. C’è qualcosa di acrobatico in queste parole che saranno diversamente interpretate, ma già dicono chiaramente che chi vorrà proseguire più rapidamente verso l’integrazione potrà associarsi in “cooperazioni rafforzate”.
Passi avanti dovranno essere fatti in particolare sulla politica sociale e il lavoro giovanile, sulla politica della sicurezza e difesa e dell’immigrazione.  In qualcuno di questi ambiti vi saranno Paesi che resteranno provvisoriamente fuori, ma con la possibilità di rientrare, nel rispetto dei trattati esistenti, senza escludere che un nuovo trattato possa consolidare l’Unione a più velocità che potrebbe risultarne. E’ stata tracciata una nuova linea evolutiva, che aveva già dato buoni risultati in passato, da seguire nei prossimi dieci anni ma da avviare fin da subito inaugurando, come auspicato dal Presidente Mattarella, una fase costituente, come si sarebbe augurato anche Altiero Spinelli.
Ma subito non vuole dire domani. Non solo per i tempi lenti della politica e quelli, anche più lenti, delle burocrazie nazionali ed europee. Bisogna prima passare due esami importanti: uno ad alto rischio, come le elezioni presidenziali francesi fra un mese e l’altro, non meno decisivo, come le elezioni federali tedesche in autunno.
Il risultato delle recenti elezioni olandesi è stato beneaugurante, ma non deve illudere perché i nazional-populismi sono più vivi che mai; la vigilia elettorale francese lascia sperare che a guidare Francia e Germania siano leader europeisti convinti, come lo sono entrambi i candidati nella competizione tedesca, Martin Schulz e Angela Merkel, pur con visioni politiche diverse.
Sarebbe importante che, all’indomani dei primi passi della svolta attesa per l’UE in autunno, l’Italia uscisse dalle prossime elezioni con risultati che consentano di governare il Paese, rilanciarne la crescita, risanarne le finanze e tornare a contare nella nuova Europa. Sembra un miracolo, ma potrebbe capitare.