24.05.2017

“La Chiesa non è una dogana” (Papa Francesco)

Oggi sotto i portici ho incontrato un uomo sui quarant’anni. Mi riconosce e mi ferma. Con una voce che tradisce un misto di nervosismo, di timidezza e di rabbia mi dice: “Cercavo proprio lei e volevo venire nel suo ufficio. Perché sono stufo di questa Chiesa”. Cerca nella borsa e mi tira fuori un foglio, un modulo dove la parrocchia gli elenca i requisiti per essere degno di fare il padrino al Battesimo della nipote. Leggo e mi rendo conto che sembra una lista di divieti. Lo so, è un modulo ed ha lo stile freddo dei moduli, ma quell’uomo mi apre gli occhi su una cosa: è proprio lo stile ad essere sbagliato. Lui non ce l’ha con le norme (scopro dopo che è un avvocato), ma non accetta quel modo di presentarsi della parrocchia. Uno stile che lo cataloga prima di salutarlo, lo giudica prima di ascoltarlo, lo allontana prima di incontrarlo. Uno stile da “dogana”. Perché ancora troppo spesso la Chiesa sembra una dogana. Lì, alla dogana, siamo tutti trattati come potenziali contrabbandieri: dobbiamo dimostrare di essere onesti cittadini, in possesso di documenti regolari; siamo perquisiti; dobbiamo pagare per il visto. In una parola dobbiamo essere “secondo le norme” per avere libero accesso. Gli “irregolari” stanno fuori. Quell’avvocato ha puntato il dito contro questo stile “da dogana” che spesso le nostre comunità cristiane continuano ad usare, dividendo le persone in due categorie: i degni e gli indegni. Mentre l’avvocato si scaldava su questi aspetti a me risuonavano forti nel cuore le parole di Papa Francesco: “La Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa” (EG 47). Rispetto alla perfezione siamo tutti fuori, io per primo; ma rispetto alla misericordia di Dio siamo tutti dentro. La Chiesa deve lottare per aprire le porte, aprire i confini, aprire le menti, annullare le dogane nel nostro cuore e nelle nostre comunità. Siamo diventati minoranza, piccolo gruppo. E, come tutte le minoranze, corriamo il rischio della chiusura. A volte per troppo lavoro organizzativo: così presi dall’organizzazione non abbiamo più il tempo di guardare fuori dai nostri giri. Altre volte, diventati piccolo gruppo, corriamo il rischio di sentirci accerchiati e ci buttiamo con forza a difendere la nostra identità, in particolare a difendere quelle norme che ci sembrano fondamentali per la nostra identità cattolica. Oppure, un po’ sfiduciati verso la società e verso la vita, ci chiudiamo nelle celebrazioni e preghiere. Il Papa ci sveglia e ci invita ad uscire, a guardare fuori di noi senza paura.  Con lui riprendiamo con fiducia il cammino e proviamo a cambiare stile.