Don Giuseppe Marchetti

Testimoni del Risorto 05.07.2017

“O è matto o è un santo”: questo, in sostanza, il giudizio del vescovo Scalabrini su di lui, ma non dev’essere l’unico a pensarlo, dato che prima di morire a soli 27 anni riesce a fare quanto altri neppure iniziano in 70 o più anni di vita. La Chiesa, dichiarandolo “venerabile” nel 2016, ha di fatto avvallato la seconda opzione e molto probabilmente tra non molto lo metterà sugli altari, come già ha fatto con sua sorella Assunta. Certo è che, con un tipo così, bisogna stare attenti a dargli un appuntamento o anche solo a parlargli, perché invariabilmente “tira dalla sua parte” anche chi non vorrebbe, com’è successo all’armatore di Genova, al console italiano in Brasile o alla baronessa Prato, che prima di incontrarlo prova per lui un’indifferenza che rasenta il fastidio e al momento del congedo gli regala spontaneamente tutto il legname di cui ha bisogno. Don Giuseppe Marchetti fin da bambino sogna di essere prete, anzi evangelizzatore di prima linea, e si ritrova suo malgrado ad insegnar francese in seminario, giovanissimo prete con già tuttavia l’afflato del missionario d’antico stampo, che per salvare una sola anima sarebbe capace di attraversare l’intero mondo a piedi. Lui è fatto di tal pasta, perché un giorno blocca una sessione di esami per fare una “corsa” sotto la pioggia torrenziale fin nei dintorni di Lucca, dove un pover’uomo in punto di morte, con la pistola in pugno, minaccia di far secco il primo prete che osa avvicinarglisi; ritornerà alla sua cattedra solo dopo avergli fatto abbassare l’arma e aiutato a morire in pace. Provvisoriamente assegnato alla parrocchia di Compignano di Massarosa, 210 abitanti in tutto, vede con i suoi occhi la miseria generata dalla carestia, per colpa della quale un terzo dei suoi parrocchiani decide di andare all’estero. “O rubare o emigrare”, gli confidano sconsolati e don Giuseppe sente che non può abbandonare in quel frangente i suoi 75 parrocchiani, che accompagna così al porto di Genova. Sensibilizzato già da qualche anno sul problema delle emigrazioni da un’infuocata predica del vescovo Scalabrini, in quei giorni tocca con mano le speculazioni, i soprusi e lo sfruttamento cui vanno incontro gli emigranti, già prima dell’imbarco. Non si sa come, riesce a conquistarsi la fiducia di un armatore che non solo permette ai suoi parrocchiani di dormire, pur senza biglietto, all’interno della propria nave evitando loro notti all’addiaccio, ma che sarebbe disposto ad imbarcare subito lui, pur di averlo cappellano a bordo. Non quella volta, chè gli mancano il passaporto e l’autorizzazione del vescovo, ma già per quella successiva, 15 giorni dopo, don Giuseppe è pronto sulla banchina, con la valigia in mano, per salpare alla volta del Brasile, dove, lo attende una montagna di lavoro. Per prima cosa fa realizzare in ogni porto una “casa dell’emigrante” per offrire loro un tetto dignitoso e un ufficio per sbrigare le pratiche e trovare lavoro. “Vedo le cose appianarsi naturalmente, il che mi fa credere davvero che la Missione sia la mia vocazione”, scrive don Giuseppe, che chiede ed ottiene soldi e materiale da costruzione, dalle autorità locali e da generosi benefattori, sempre disposto ad incassare tutto: “Da chi mi dà denari, prendo denari, da chi mi dà delle umiliazioni, son buone anche quelle”. Dopo un anno torna in Italia, giusto il tempo per sollecitare aiuti e raccogliere offerte, ma un mese dopo si imbarca per il suo secondo viaggio verso il Brasile, durante il quale riceve un “segno”, nel bimbo di pochi mesi che una donna prima di morire gli mette tra le braccia, chiedendogli di prendersene cura. Scopre così che sono molti gli orfani italiani, perché il lavoro disumano uccide i genitori, mentre nelle città proliferano i cosiddetti “monelli”, che se non salvati in tempo saranno la nuova malavita di domani. Costruisce per loro un orfanotrofio, per poi interessarsi anche di un ospedale in cui vanno a finire quanti per il troppo lavoro han perso anche la salute. “I padri ci sono, e le madri?”, si lamenta don Giuseppe, che si accorge di aver bisogno di manodopera femminile, cioè di suore. Nascono così nel 1895, per sua spinta e dietro sua richiesta, le Scalabriniane e non è un caso che nel gruppo delle prime quattro ci siano proprio sua mamma, sua sorella e sue due ex parrocchiane di Compignano. Dopo il secondo non ci sarà un altro suo viaggio in Brasile, perché il piccolo prete dagli occhi splendenti, che “porta scolpite in volto le bellezze delle virtù divine”, muore il 14 dicembre 1896. Di tifo, contratto al letto di una moribonda, che non aveva avuto paura di andare a confessare.