Enrico Medi

Testimoni del Risorto 19.07.2017

Dal grande pubblico è conosciuto come “lo scienziato della luna”, per aver commentato in diretta, con Tito Stagno il memorabile sbarco dei primi uomini sul satellite nel luglio 1969, ma già da più di dieci anni è un volto noto sugli schermi televisivi, perché conduce “Le avventure della scienza”, un programma divulgativo con cui cerca di rendere la scienza simpatica e accessibile a tutti. E sembra che ci riesca, dato che da scienziato autentico riesce a farsi capire anche dai bambini. Enrico Medi è nato il 26 aprile 1911 a Porto Recanati, nelle Marche e dopo un lungo vagare al seguito del papà medico, approda a Roma, dove nel 1932, cioè a soli 21 anni, si laurea in fisica pura con Enrico Fermi. Umanamente e culturalmente si è formato dai Gesuiti, che fanno emergere in lui anche il profilo del cristiano autentico, pervaso da un’intensa ansia missionaria, che lo porta a fondare e ad essere il primo presidente della Lega Missionaria Studenti. Nel 1937 ottiene la libera docenza in fisica terrestre e nel 1942 vince la cattedra di fisica sperimentale dell’Università di Palermo. In mezzo ci sta il matrimonio, particolarmente felice, con Enrica Zanini dal quale nascono sei figlie. Da scienziato credente sa benissimo che “l’uomo è più grande delle stelle” e lo annuncia, ogni volta con rinnovato stupore, soprattutto ai giovani, ai quali chiede di “non perdere un’ora sola di giovinezza, perché un’ora di giovinezza perduta non ritorna più”. Con una vorticosa serie di conferenze in Italia e all’estero è chiamato a testimoniare la sua fede e a seminare ottimismo cristiano, mettendo in guardia i giovani “dallo scetticismo, dal criticismo e dal cinismo, perché il giovane sprezzante di tutte le cose è un vecchio che è risorto dalla tomba. Guai se la giovinezza perde il canto dell’entusiasmo”. Da parte sua, investe nella sua oratoria tutto l’entusiasmo che trasuda dalla sua vita nutrita di Eucaristia, fondata sulla Parola quotidianamente letta e meditata, illuminata dalla Vergine teneramente amata. Anzi, rischia di essere tremendamente contagioso, per stessa ammissione di alcuni suoi avversari dichiaratamente atei, che si rifiutano di partecipare alle sue conferenze, anche a quelle scientifiche, per paura di farsi coinvolgere troppo da quel cristiano, che non fa sfoggio della sua fede, ma che neppure ha paura di ammetterla pubblicamente, anche a costo di contestazioni violente, come gli succede nel periodo sessantottino in una borgata di Roma, dove viene accolto con fischi e sassate che accompagnano tutta la sua conferenza, con grave rischio per la sua incolumità. Perché Enrico accetta di parlare ovunque, di fede e di scienza, in aule universitarie e in quelle civiche, nelle sale parrocchiali e nelle piazze, davanti a uomini dottissimi e influenti oppure per una platea di gente umile. In ogni contesto afferma, senza mezzi termini, che non c’è contrasto tra scienza e fede, anzi a chi gliene chiede la ragione afferma senza tentennamenti: “È come se tu mi domandassi se c’è contrasto tra i piedi e la testa. I piedi camminano, la testa li guida sulla via da percorrere. I piedi sorreggono la testa e la testa guida nella luce il cammino tentennante dell’uomo”. Nel 1946 è chiamato a far parte dell’Assemblea Costituente, in seguito è deputato al parlamento nella prima legislatura, dal 1949 è direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e nel 1958 vicepresidente dell’Euratom, dal quale si dimette sette anni dopo per motivi di coscienza. Molto prima del Concilio, incarna il perfetto stile del laico tracciato dall’Apostolicam Actuositatem, là dove questo auspica che i laici, “ripieni di spirito cristiano, esercitino il loro apostolato nel mondo, a modo di fermento”. Per questo Enrico è tenuto in molta considerazione sia da Pio XII che da Paolo VI, che lo consultano a più riprese e gli affidano incarichi ecclesiali di fiducia e anche di estrema delicatezza. “Sacerdoti ve ne scongiuriamo, siate santi! Se siete santi voi, noi siamo salvi. Se non siete santi voi, siamo perduti…”, si sente di poter insistentemente chiedere ai preti, forte di questa sua laicità e pienamente cosciente “di non essere mai stato degno di poter diventare prete”. Muore, a 63 anni appena, il 26 maggio 1974 e nello stesso giorno di 21 anni dopo la Chiesa di Senigallia ha avviato il processo di canonizzazione (ora terminato nella sua fase diocesana) di questo laico, felicemente innamorato di Dio, della vita e della scienza.