Suor Dorothy Stang

Testimoni del Risorto 26.07.2017

“Non la stiamo seppellendo, stiamo piantando un seme. E sarà un seme che porterà molto frutto”, avevano ripetuto come una cantilena rassicurante e profetica prima che la sua bara calasse nella terra, ma non potevano immaginare che la stagione di quei frutti non si sarebbe conclusa neppure 12 anni dopo. Perché “del creato”, non esiste solo “la giornata”, “la teologia” o l’ormai famosa “enciclica” di Papa Francesco, adesso c’è anche “la prima martire”. E i martiri, si sa, “portano frutti che durano per sempre”. Lei è suora, della congregazione di Nostra Signora di Namur: statunitense di nascita e brasiliana di adozione, da tutti descritta di costituzione minuta, fragile, dolcissima, ma di carattere incredibilmente tenace e coraggioso. Nata nel 1931 e per 15 anni insegnante nelle scuole della sua congregazione, pensa di avverare il suo sogno missionario in Cina e invece con quattro consorelle si ritrova in Brasile. Non a caso vi arriva nel 1966, cioè l’anno prima della pubblicazione della “Populorum progressio”, in cui Paolo VI (che dal regime militare brasiliano è definito un “comunista”) invita ad una “giustizia retributiva” e a temere “l’ira dei popoli poveri”: è un riferimento temporale importante, perché tutta l’attività missionaria di suor Dorothy Stang si sviluppa in perfetta sintonia con la Chiesa, di cui ascolta e cerca di incarnare le istanze per un’autentica promozione umana. Anche a costo della vita, perché non la si può semplicemente definire una “suora ecologista”, né, la sua, un’attività esclusivamente ambientalista, piuttosto un lento e progressivo cammino di riscatto sociale al fianco dei più deboli, per liberarli dal giogo piombato loro addosso da quando il mondo ha scoperto le ricchezze che la foresta amazzonica può offrire e dopo che gradualmente speculatori e giganti dell’agribusiness hanno iniziato ad interessarsi al maggior polmone verde del Pianeta. È una sorpresa anche per lei scoprire che quella foresta ospita il 50% delle specie vegetali e il 20% delle risorse di acqua dolce presenti nel mondo e, nel contempo, vedere con i propri occhi lo scempio compiuto dagli speculatori con l’abbattimento degli alberi, gli incendi e la sistematica spogliazione delle terre a danno dei contadini locali. Lo sforzo di Dorothy e delle consorelle è indirizzato ad aiutare i contadini a costruire un futuro indipendente per le loro famiglie, a proteggere la foresta e ad affidarsi a tecniche di agricoltura sostenibile, in contrapposizione con la devastazione delle foreste, l’occupazione illegale delle terre, l’inquinamento delle acque e varie forme di violenza, che vanno dalla minaccia alla depredazione e fino all’assassinio. Inevitabile, quindi, che nel giro di pochi anni finisca nella lista nera degli elementi da sopprimere, in quanto gravemente dannosa per gli interessi di “fazendeiros e grileiros”. “Abbiamo bisogno, ora più di prima, di solidarietà, di compassione, di spirito comunitario tra di noi”, scrive dalla foresta, mentre le intimidazioni si fanno sempre più pesanti, tanto che nella sua ultima intervista può affermare al giornalista, senza retorica: “So che loro mi vogliono uccidere, ma non fuggirò. Il mio posto è qui, a fianco di queste persone costantemente umiliate da gente che si considera potente!”. Intanto costruisce scuole, con l’aiuto dei suoi benefattori realizza piccole centrali idroelettriche e opere di urbanizzazione, sostiene i piccoli supermercati comunitari perché la popolazione possa acquistare in loco, mentre il Consiglio municipale di Anapu approva una mozione con cui la dichiara “persona non gradita” e la polizia l’accusa di formazione di banda criminale e di omicidio, proprio lei che rimprovera duramente i contadini che vogliono usare le armi e non ammette persone armate alle riunioni. Il 12 febbraio 2005, mentre si sta dirigendo verso la comunità La Esperança (cioè Speranza, un nome che è un programma!), a 53 chilometri da Anapu, nello Stato del Para, si vede sbarrare la strada da due “pistoleiros”, assoldati per circa 20 dollari americani da un intermediario, a sua volta incaricato dai latifondisti spaventati da quella fragile ed anziana suora di 73 anni. Alla richiesta se ha delle armi con sé, estrae dalla borsa la Bibbia, la sua unica arma, ed inizia a leggere le beatitudini. La sua voce e la sua vita vengono stroncate da sei colpi di pistola sparati in rapida successione. Aveva detto pochi giorni prima: “Se qualcosa di grave deve capitare, capiti a me e non agli altri che hanno una famiglia”.
Per saperne di più: Valentino Salvoldi, Prima martire del creato (Paoline)