Mons. Giovanni Battista Pinardi

Testimoni del Risorto 23.08.2017

Continuano a chiamarlo il “curato di San Secondo”, perché ha una certa allergia per l’“eccellenza” e sopporta a malapena che qualche volta lo chiamino monsignore, ripetendo che è diventato parroco per scelta e vescovo di Torino per obbedienza. Figlio di contadini, venuto alla luce il 15 agosto 1880 a Castagnole Piemonte, al “ciabot dél luv” (casolare del lupo) nella campagna torinese, la sua vocazione è sbocciata in casa, dove si vive di fede, e in parrocchia, dove c’è il giovane curato don Galfione che già profuma di santità ed ha qualcosa che lo accomuna al Curato d’Ars. È probabilmente lui ad ispirare il ragazzino, familiarmente chiamato Battistino, ed a fargli venir voglia di guardare al sacerdozio come scelta di vita. Ordinato nel 1903 e poi avviato all’attività pastorale nella parrocchia di Carignano, a fine 1912 lo mandano parroco di San Secondo, la parrocchia torinese a ridosso di Porta Nuova, già allora crocevia di una multiforme povertà. Per il vescovo che l’ha ordinato, il cardinale Richelmy, bastano davvero pochi anni per capire che perla di prete sia: già nel 1915 gli comunica la sua volontà di proporlo per l’episcopato e di volerlo suo ausiliare, terrorizzando il diretto interessato, che quel giorno fugge via dal vescovado senza salutare nessuno. L’ufficialità arriva a gennaio 1916 con una lettera da Roma, davanti alla quale si ferma la sua fuga, ma non le sue lacrime. Chiede che l’ordinazione episcopale avvenga nella “sua” chiesa di San Secondo e soprattutto di continuare ad esserne parroco, il che lo porterà - forse caso unico nella realtà diocesana italiana - a dividersi tra le due mansioni con autentici equilibrismi e soprattutto con un grande dispendio di forze. Il 5 marzo 1916 diventa così il più giovane vescovo d’Italia, accorgendosi quasi subito quanto pesi l’episcopato. “Tu sai quanto ero lontano dal pensiero di essere fatto vescovo, ma ora ti posso dire che questa croce pesa, pesa moltissimo!”, confida ad un amico prete. Fin dall’inizio ha tessuto in parrocchia una fittissima rete di solidarietà: i suoi biografi raccontano che ogni giorno, dopo essersi spogliato dei distintivi della sua dignità episcopale, fa quattro piani di scale per raggiungere le soffitte e portare un pasto caldo ai malati più bisognosi; una volta al mese si ferma a mangiare con i poveri della mensa parrocchiale e li serve a tavola, tanto da meritarsi il titolo di “Padre dei poveri”. Tutti i mercoledì, poi, provvede alla distribuzione di denaro a chiunque bussa alla sua porta. “Anche se c’imbrogliano, amateli i poveri, Dio non ha dato loro quello che ha dato a noi”, continua a raccomandare. È schierato a favore degli emigranti, a fianco dei lavoratori trascurati nei loro diritti (e per questo i facchini di Porta Nuova lo hanno soprannominato “il santo del borgo”) e contro lo sfruttamento del lavoro minorile, con un occhio di particolare riguardo per gli “spaciafornel”. “Ho due mani, una serve per ricevere e l’altra per donare a chi ne ha bisogno”, dice sempre e intanto elargisce un consiglio che sarebbe valido ancora oggi: “Per cercare chi soffre, bisogna conoscere i portieri delle grandi case. Così si scovano i poveri!”. Con l’avvento del fascismo iniziano i guai maggiori per lui, che “non era anti-fascista, ma anti-fascismo”, perché la sua non è opposizione partitica ma morale, fondata sul ripudio di ogni discriminazione e odio razziale: di qui, oltre la difesa dei più deboli, anche il suo sostegno alle istituzioni cattoliche, ai circoli giovanili e all’Azione cattolica, avversate dal fascismo, al punto che il ministro dell’Interno Federzoni ammette che “c’è quel monsignore a Torino, che dà noia… Sarebbe bene farlo trasferire”. Pio XI non può ignorare questa palese ostilità nei confronti del parroco-vescovo e la posizione delicata in cui viene a trovarsi: “A Torino avete un vescovo santo, ma bisogna lasciarlo nell’ombra per non avere problemi con il regime”. Così, nel 1931, il cardinal Fossati non lo conferma più suo ausiliare, e forse è un bene, perché gli lascia le mani maggiormente libere durante il secondo conflitto, specialmente nel dopo Liberazione, quando è l’unico a scendere nelle strade per raccogliere e dare sepoltura ai morti ammazzati, sfidando i cecchini appostati alle finestre, e si sfianca per soccorrere le vittime dei bombardamenti e la povera gente ridotta alla fame dal razionamento dei viveri. Mons. Giovanni Battista Pinardi muore il 2 agosto 1962, dopo aver servito per 50 anni la parrocchia di San Secondo. Nel 1999 è iniziato il processo per la sua beatificazione.