Don Giovanni Barra

Testimoni del Risorto 08.11.2017

Doveva essere un prete che lavorava parecchio con le ginocchia, se l’immagine che rimane in chi l’ha conosciuto è quella di lui, in camice bianco, letteralmente prostrato davanti al tabernacolo, così intensamente immerso in questo colloquio silenzioso da attrarre in modo irresistibile e indurre gli altri a fare altrettanto. E poi un prete particolarmente fecondo, in parole e carta stampata che suonavano gradite all’orecchio e soprattutto al cuore, per cui davvero si può dire che per quasi 40 anni incanta i giovani, e pure chi scrive si è lasciato affascinare all’epoca da alcuni dei suoi tantissimi libri. Nasce ad inizio 1914 a Riva di Pinerolo, in una numerosa famiglia contadina, il cui spessore di fede è attestato da ben tre vocazioni sacerdotali e religiose. Entra bambino in seminario e ne esce prete ad appena 23 anni, nel 1937. Comincia ad insegnare, rivelando da subito il particolare dono che ha di intercettare i giovani e di farsi capire da loro. Inizia nel periodo più buio della storia italiana, il 1942, a farsi vedere nei più tradizionali punti pinerolesi di aggregazione giovanile, dimostrando di saperli valorizzare. Marca la sua presenza, in particolare, nell’oratorio San Domenico, ma splende per dinamismo e spirito d’iniziativa anche in mezzo ai giovani di Azione cattolica, di cui sarà assistente per molto tempo, rivestendo contemporaneamente l’incarico di assistente dei Laureati cattolici e dei Maestri cattolici. Comincia a spendersi senza risparmio nella predicazione serale, catalizzando e infiammando giovani provenienti anche da fuori diocesi. Parallelamente si rivelano le sue doti di scrittore e di giornalista, si moltiplicano le pubblicazioni a sua firma, fonda con don Carlo Chiavazza “Il nostro tempo” di Torino ed è tra i primi collaboratori di “Adesso”, la rivista di don Primo Mazzolari. Quest’ultimo, anzi, insieme a padre Bevilacqua, ispirerà profondamente le sue scelte pastorali, aiutandolo ad anticipare alcune delle future novità conciliari. Cominciano a chiamarlo nelle varie parrocchie italiane a predicare e annunciare il vangelo ai giovani: diventa, insomma, un “pezzo grosso” e un nome conosciuto. Nel 1946 inizia l’attività nella Casa alpina di Pragelato che adesso porta il suo nome: per trent’anni vi trascorre i mesi estivi ospitando giovani, famiglie e gruppi provenienti da ogni parte d’Italia; la trasforma e la amplia continuamente e vuole che sia sempre caratterizzata da una calda accoglienza e da una sincera fraternità. Dice ai giovani che la bellezza della vita si realizza nel dono e nella gratuità, che lui ha assorbito dal santo Cottolengo e che si traduce nel servizio e nell’aiuto fraterno all’interno della San Vincenzo. Nel 1962 realizza il sogno di essere parroco e gli affidano la nuova parrocchia, ancora da realizzare, della Madonna di Fatima in Pinerolo, in cui però resta solo sette anni. Nel 1969, infatti, i vescovi del Piemonte gli chiedono di assumere la responsabilità del seminario regionale per le vocazioni adulte, nato un paio di anni prima: un gesto di grande fiducia nei suoi confronti, ma per lui anche un grosso sacrificio. Deve, infatti, trasferirsi a Torino e consolidare una nuova formula di seminario, lavorando per fare comunità con un materiale umano quanto mai eterogeneo per età, estrazione sociale e storia personale. Le fatiche dei primissimi anni sono condivise con padre Cesare Falletti, che di quel tempo ricorda le fatiche, le delusioni, gli sforzi, forse anche gli sbagli, dichiarando tuttavia che se “si delineavano delle rotture, degli urti, delle incomprensioni, forse anche con i suoi collaboratori, non era grave perché c’era il tempo dell’Adorazione. Lo trovavamo davanti al Tabernacolo, piegato fino a terra e sapevamo che in verità tutti i problemi trovavano la loro risposta in quel momento, le tensioni la loro pace, gli errori una nuova via per cercare la verità”. La salute comincia a declinare in pochissimo tempo e gli fa registrare frequenti svenimenti anche all’altare e durante la predicazione, cui non si sa opporre una terapia adeguata anche perché la diagnosi è incerta. Muore il 28 gennaio 1975, ma l’impronta indelebile della sua generosità sacerdotale convince la diocesi di Pinerolo ad aprire il processo di beatificazione. Noi di Fossano consideriamo don Giovanni Barra un ottimo viatico per il nuovo cammino episcopale del nostro don Derio, che per forza di cose dovrà interessarsi a lui e, magari, avrà pure la gioia di vederlo elevato all’onore degli altari.