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Don Nota, una vita spesa per la Chiesa “in uscita”

Intervista a don Giovanni Nota, che ha festeggiato i 50 anni di sacerdozio tutti trascorsi in Argentina. Il servizio come parroco a Comodoro e Rawson (Patagonia), l’organizzazione pastorale della diocesi, l’impegno nel sociale

Il 14 ottobre lo hanno festeggiato prima a Rawson e poi a Comodoro, in quella diocesi “quasi alla fine del mondo” dove don Juan Nota vive e lavora da 52 anni. Ma non ha dimenticato la sua Sant’Antonio, dove ha voluto ricordare i suoi 50 anni di sacerdozio presiedendo la messa di domenica 26 novembre. Pochi giorni dopo lo abbiamo incontrato per ripercorrere questi 52 anni spesi a servizio di una Chiesa missionaria, partecipata, decentralizzata. "In uscita", per usare un'espressione cara a Papa Francesco.

 

Sei cresciuto in Seminario a Fossano, poi nel 1965 hai preso la decisione di partire per l’Argentina, perché?

In seminario, dove spesso facevano tappa missionari di varie congregazioni religiose, era molto presente la dimensione missionaria. Io volevo andare missionario ma l’allora padre spirituale don Gazzera mi aveva suggerito di attendere; morto lui mi sentii libero di decidere. Era il 1964, durante il Concilio Vaticano II, quando il vescovo di Fossano, Giovanni Dadone, mi chiese di accompagnare Jorge Manrique Hurtado, vescovo di Oruro (Bolivia); così sorse in me il desiderio di andare in Bolivia, ma i superiori mi indirizzarono a Comodoro Rivadavia. Non sapevo nulla di quella città, se non le notizie che circolavano su don Renzo Abrate, don Giovanni Pettiti e le missionarie diocesane che già erano là. Decisi così di partire per l’Argentina con l’obiettivo di terminare là gli studi: avevo 23 anni. L’8 dicembre del 1965 si chiudeva il Concilio, pochi giorni dopo venne a prendermi a Fossano mons. Eugenio Peyrou, vescovo di Comodoro; prima di partire ci fu una celebrazione a Sant’Antonio (dove abitava la mia famigla), durante la quale i parrocchiani mi salutarono ufficialmente. Ricordo che durante la messa, era la 3ª domenica di Avvento, mi toccò leggere un brano della lettera ai Filippesi in cui san Paolo scrive: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi”… mentre davanti a me c’erano i miei genitori che piangevano! Così partii e, dopo un viaggio aereo con tre scali, giunsi a Comodoro il 24 dicembre, al mattino, ad attendermi c’erano don Giuseppe Osella di Pino Torinese e Pina Rinaudo, missionaria diocesana. Nel pomeriggio in pullman mi trasferii a Sarmiento, 180 km a ovest. Quando a sera arrivai al terminal dei bus non c’era nessuno: davanti alla chiesa trovai don Pettiti che recitava il breviario, lo salutai in piemontese e lui mi rispose… in spagnolo.

Un buon inizio!

Eh sì… Trascorsi a Sarmiento le estati del 1965, 1966 e 1967; durante il resto dell’anno studiavo nella facoltà di teologia di Buenos Aires. Venni ordinato sacerdote il 14 ottobre del 1967.

Intervista completa su La Fedeltà in edicola il 13 dicembre

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