Il lungo sonno della frana di Boschetti

Reportage de "La Fedeltà" dalla frazione fossanese, dopo il recente smottamento a Mondovì

Quanto è salda la terra (cuneese) su cui posiamo i piedi? Ce lo siamo chiesti nelle scorse settimane, quando a Mondovì una frana si è staccata a pochi metri dall’Istituto alberghiero, dichiarato ora inagibile “perché non ci sono le condizioni per la sicurezza in caso di evacuazione”. Alla minaccia rappresentata dagli smottamenti in Granda, l’edizione locale de “La Stampa” ha dedicato un ampio servizio, da cui si apprende come si trovi proprio nel Cuneese “il record delle frane «spiate» in tutto il Piemonte”.
“Spiate” significa ovviamente “monitorate”. E anche Fossano ha la sua frana “spiata”: è quel tratto, a precipizio sul fiume Stura, che si trova lungo la strada fra la chiesetta di San Michele e frazione Boschetti e che fece registrare il movimento parossistico - cioè un crollo significativo - nel 1996.
Scrivere “movimento parossistico” non è un vezzo del giornalista. È un’espressione comune fra gli “addetti ai lavori”: e noi, per descrivere la situazione di Boschetti, abbiamo appunto scelto un “addetto ai lavori”, il geologo Flavio Bauducco che è responsabile dell’Ufficio Ambiente al Comune di Fossano. 

Quella frana di oltre 20 anni fa
“La vegetazione selvatica lungo la vecchia strada che porta alla frazione Boschetti e il prato che si affacciava sul fiume Stura sono crollati improvvisamente. La frana, visibile già da via San Michele, ha lasciato un cancello che oggi si spalanca sul vuoto e uno strapiombo”.
Scriveva così “la Fedeltà” per descrivere quanto era successo il 29 maggio del 1996. Erano franati circa 200mila metri cubi di terra, e il fronte dello smottamento si estendeva per oltre 200 metri. La massa che si era staccata era scivolata per poi ribaltarsi; aveva sfiorato la sponda del fiume Stura, che scorre(va) al di sotto.
“Non era stato un risveglio improvviso, c’erano segni premonitori: da tempo si notavano grosse fessure, profonde anche 1 metro, parallele al bordo della scarpata, nel prato sopra la strada”, spiega Bauducco. Strada che peraltro oggi continua ad esistere, grazie a una variante che evita il tratto crollato.

(Relativamente) tranquilli
Proprio quei segni premonitori permettono di pensare che la frana di Boschetti “comunichi” con anticipo quando vuole tornare a muoversi. Finora non lo ha fatto: gli assestamenti successivi al distacco del 1996 hanno definito una morfologia che di fatto è quella attuale, a condizione che si escludano i piccoli inevitabili movimenti al ciglio della frana, dati dalla terra che si “sfalda” durante le piogge.
Ovviamente, però, questo non basta in un’ottica di prevenzione. Oltre ai carotaggi effettuati dopo il distacco del 1996, sono stati collocati - nell’ordine, per chi viaggia dal centro di Fossano verso Boschetti - una sonda inclinometrica che registra continuamente gli eventuali movimenti della frana e due tubi inclinometrici che permettono analoghe misurazioni da effettuare manualmente con cadenza regolare. Questi due ultimi dispositivi si trovano alle estremità della frana, mentre la sonda è all’altezza di alcune case; tutti e tre gli strumenti penetrano nel terreno per decine di metri e consentono di sapere che cosa succede a vari livelli di profondità.
I dati raccolti - che permettono di definire un ideale piano cartesiano con l’asse X parallelo al fronte della frana e l’Y rivolto dalla frana verso lo Stura - “non hanno fatto registrare movimenti degni di nota”. Le piccoli variazioni potrebbero addirittura essere attribuite “a errori strumentali”, cioè imprecisioni degli stessi strumenti, sebbene sia probabile che i microassestamenti registrati - dell’ordine massimo di circa mezzo grado negli ultimi nove anni, a livello della sonda che misura in continuo - riflettano il fatto che la terra è viva e che nel corso di tempi (si spera) geologici muta il suo assetto.
I numeri raccolti dagli strumenti sono sì destinati agli addetti del Comune, che li analizzano “in remoto”, ma sono anche in grado di far scattare un sistema di allarme, nel caso che d’improvviso si registrino variazioni significative. In particolare, se c’è anche solo il sentore di un nuovo smottamento - ossia se grazie alla sonda viene registrata una variazione improvvisa di più di un grado di pendenza - vengono avvertiti i tecnici comunali (ad un cellulare sempre attivo) e si accende la luce rossa nei due semafori collocati alle estremità della frana, sempre lungo la strada che dalla chiesa di San Michele raggiunge Boschetti (semafori che - a dire il vero - sono stati danneggiati dai vandali e che, assicurano dal Comune, saranno presto riparati); in parallelo, le letture dei tubi inclinometrici permettono di definire una “tendenza” (vengono effettuate dal sistema Rercomf ideato e gestito da Arpa Piemonte e ad oggi confermano la sostanziale  immobilità del settore di terreno alle spalle del dissesto negli ultimi anni).

Continua il giallo di quel distacco
Insomma, al futuro - al rischio di nuovi, eventuali crolli - il Comune ci ha pensato.
Se però ci voltiamo indietro a guardare il passato - a guardare quel crollo del ‘96 - il dubbio resta. Perché avvenne la frana?
Il distacco si verificò in un periodo secco: le piogge, quindi, non possono essere ritenute responsabili, per lo meno non direttamente come siamo abituati a pensare. E non c’è traccia, neppure, di microterremoti, che possano aver risvegliato la frana. Altre ipotesi, ad esempio l’esistenza di una antica faglia che si sarebbe riattivata, sono state sì presentate, ma non hanno ottenuto consensi unanimi.
Vale la regola che ovunque ci sia un pendio, una porzione di terra può franare. Lo sanno nelle Langhe, lo sanno nelle vallate alpine. Ciò non significa che bisogna vivere nell’apprensione: significa che bisogna pensare alla terra come a qualcosa che è vivo e si muove e che l’attenzione ai segni premonitori di cui dicevamo non deve mai mancare. 
Un ulteriore dubbio, però, rimane. Come Boschetti, una buona altra parte del territorio fossanese si affaccia sullo Stura,  lambendo la sommità di un pendio: basta passeggiare lungo viale Mellano per rendersene conto... Perché, allora, quella frana è capitata in quella zona e non altrove? Una risposta possibile la conosce forse lo Stura, che nel corso dei secoli e dei millenni potrebbe avere eroso la terra più lì che altrove.

La Savella,
gemella diversa
Parlavamo di viale Mellano. Se allungate la vostra passeggiata fino a piazza Vittorio Veneto, potete osservare nitidamente la frana che si è staccata, sempre negli anni scorsi, nella zona Savella del Comune di Trinità: è dall’altra parte dello Stura, una sorta di cornice - un poco inquietante, a dire il vero - dietro il viadotto del Raccordo autostradale.
Un crollo che è parente di quello di Boschetti? All’apparenza sì; in realtà no.
A Savella sembra che il meccanismo di innesco sia stato lo sprofondamento di uno strato argilloso al piede del versante, e il terreno dove la frana precipitò si rigonfiò come accadrebbe se vi lanciaste a piè pari in una pozza di fango. Un comportamento diverso da quello di Boschetti, dove il materiale staccatosi scivolò per poi ribaltarsi.

Qualche ipotesi e molto buon senso
Torniamo alla frana di Boschetti. Che peraltro è stata oggetto di molti studi (Bauducco ricorda in particolare la bella tesi di un ingegnere fossanese, Gianluca Bella).
Che fare di quel versante? È possibile qualche altro intervento oltre alla prevenzione?
Ammassare terreno contro il versante crollato non basterebbe, così come probabilmente fallirebbero dei muri di protezione. C’è l’ipotesi di effettuare un enorme sbancamento: considerato il costo stratosferico, risulterebbe più conveniente chiedere a tutti i proprietari di case e campi del luogo di andarsene e risarcirli.
La strada migliore risulta davvero quella che ci porta al prato sopra la frana: da tenere d’occhio perché qui - come abbiamo detto - la frana stessa, se fosse sul punto di risvegliarsi, ci mostrerebbe i suoi sbadigli sotto forma di fessurazioni. E, analogamente, un occhio sempre vigile a muri e strutture rigide della zona: l’apertura di nuove fessure e la perdita di verticalità sono i sintomi da tenere nel dovuto conto. E poi sono utili le canalizzazioni che riducano la possibilità, per l’acqua, di penetrare nel tratto dove avvenne lo smottamento: proprio le infiltrazioni, insieme con la forza di gravità, sono gli elementi che possono destare la frana dal lungo sonno.
Un lungo sonno che dura ormai da vent’anni. E con cui per ora possiamo convivere, complici i sensori che c’avvertono se qualcosa si muove nel ventre di quella terra che sarà sempre madre e matrigna al tempo stesso.