Pierre Claverie – 2

Testimoni del Risorto 07.03.2018

Immediati i progressi che si notano in lui, la sua cordialità si fa più squisita e aumenta la sua disponibilità all’ascolto, come dimostra la porta del suo ufficio sempre aperta, e la possibilità di incontrarlo senza appuntamento e senza fare anticamera. Diventa, poco a poco, un ponte tra due religioni e due culture, un interlocutore prezioso e un tessitore di amicizie solide e durature con il mondo musulmano. È forse anche per questo che nel 1981 viene nominato vescovo di Orano e l’ovazione degli amici musulmani nella cattedrale di Algeri, subito dopo la sua ordinazione episcopale, risuona ancora nelle orecchie e nel cuore di chi è presente quel giorno. La diocesi che gli è affidata è molto piccola: appena 1.500 cattolici su oltre 5 milioni di abitanti, con 10 parrocchie, 9 sacerdoti diocesani, 13 sacerdoti religiosi e 45 suore. In continuo movimento da una zona all’altra, esercita un ministero di consolazione e di comunione, confortando, incoraggiando, visitando le comunità più isolate, mettendo in contatto i cristiani e la società algerina, perché, dice, “il dialogo è la sola possibilità di disarmare il fanatismo, in noi e nell’altro…perché è attraverso il dialogo che siamo chiamati a esprimere la nostra fede nell’amore di Dio, che avrà l’ultima parola su tutte le potenze di divisione e di morte”. Qualcosa in Algeria infatti sta mutando, con ondate di fanatismo e di intolleranza sempre più preoccupanti, che tuttavia non fanno mutare la strategia pastorale di Pierre Claverie, che continua a ripetere che “la parola d’ordine della mia fede è il dialogo; non per una tattica opportunista, ma perché è costitutivo della relazione di Dio con gli uomini e degli uomini tra di loro”; e anche se, come scrive, “non abbiamo ancora le parole per il dialogo, bisogna cominciare col vivere insieme, creare luoghi umani dove si mettano in comune le rispettive eredità culturali che fanno la grandezza di ognuno”. Il fanatismo fa i suoi primi martiri, uccidendo preti e religiose, spesso anziani, sempre inermi, tutti con alle spalle una vita di servizio disinteressato per l’Algeria. La reazione di Pierre è durissima, quasi rabbiosa: “Che prendano me come bersaglio, questo lo capirei… essendo vescovo, forse rappresento agli occhi di certe persone un’istituzione aborrita o pericolosa... ma attaccare questi anziani missionari, io non capisco”. Poi nel mirino finiscono gli algerini stessi, quelli che si battono per un’Algeria aperta e plurale; a cadere sono soprattutto scrittori, artisti, intellettuali, donne, poliziotti, tante persone umili che hanno rifiutato di piegarsi agli ordini dei gruppi armati, oltre a 99 imam che si sono rifiutati di giustificare la violenza. La voce del vescovo Pierre tuona ancora, con lo stesso coraggio e la stessa veemenza: per esprimere loro solidarietà, ma soprattutto per denunciare la vigliaccheria degli assassini, il cinismo dei leader islamici che li guidano o li comandano dai loro esili dorati di Londra, Bonn o Washington. È pienamente cosciente del rischio che corre e a chi gli chiede perché resti ancora in Algeria ricorda che “la Chiesa adempie alla sua vocazione e alla sua missione quando è presente nelle divisioni che crocifiggono l’umanità nella sua carne e nella sua unità”. A chi, anche tra i confratelli, ha più di un dubbio che serva a qualcosa mettere a repentaglio la propria vita, ripete che “siamo qui come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, stringendogli la mano, asciugandogli la fronte”, mentre spiega a chiare lettere che egli resta in Algeria “a causa di Gesù, perché è lui che sta soffrendo qui, in questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso di nuovo nella carne di migliaia d’innocenti”, dal momento che “la parabola del chicco di grano che muore è l’asse centrale di tutta la mia vita cristiana”. Spiace dirlo, ma un uomo così bisogna a tutti i costi farlo esplodere, altrimenti davvero può insegnare agli uomini a dialogare tra loro. E ciò accade nella tarda serata del 1° agosto 1996, al ritorno da una celebrazione per i sette monaci trappisti del monastero di Tibhirine, in cui il vescovo, come al solito, ha tuonato contro i loro barbari uccisori. Poche settimane prima aveva anche avuto il tempo di lasciare un messaggio al vecchio continente: “L’Europa cambierà volto: dovremo dunque vivere insieme e se possibile mantenere uno spazio che non sia monopolizzato da una religione, da una cultura, da un tipo di ideologia”. Profetico, non vi sembra?

(2ª parte - fine)