Abusi edilizi o errori in buona fede? Il nodo non è ancora risolto

Torna alla ribalta il caso di proprietari costretti a pesanti sanzioni per sanare difformità edilizie senza aumento della superficie utile o del volume

Il problema è noto da tempo. Riguarda le difformità edilizie tra la situazione di fatto e quanto risulta a catasto di immobili risalenti agli Anni ‘60-‘80, figlie di errori non voluti, a volte nemmeno conosciuti dai proprietari, che emergono a distanza di tempo al momento della ristrutturazione o della vendita dell’edificio.

Ciò nonostante, la legge considera questi errori al pari di abusi imponendo ai proprietari di versare ingenti somme di denaro (da 1.000 ai 2.500 euro al mq) per regolarizzare la loro posizione.

La Giunta fossanese - con l’obiettivo di superare questa stortura - se ne era occupata nel 2014-2015, con Enrico Castellano assessore all’Urbanistica, approvando un atto di indirizzo che tutela quanti sono in grado di dimostrare, documenti alla mano, che il Comune fosse a conoscenza dello stato di fatto dell’immobile, al di là di quanto indicato a catasto, al punto da indurre nel proprietario un legittimo affidamento.

Più in là, per l’Amministrazione comunale, non è possibile andare. Perché si incorrerebbe “in un’ipotesi di condono mascherato” e, quindi, in un danno erariale sanzionabile dalla Corte dei conti.

Di diverso avviso è invece l’avvocato Eros Morra, che da tempo sollecita una soluzione per quanti non possono produrre documenti a loro discarico, ma la cui buona fede risulta evidente dal fatto che l’errore non ha prodotto aumento della superficie o del volume, né modificato la forma o la destinazione di quanto era stato oggetto dell’originario titolo abilitativo. E indica come strada percorribile quella imboccata da Saluzzo e da altri Comuni piemontesi che, con una diversa delibera di indirizzo, hanno riconosciuto la regolarità delle opere esistenti quando ricorra questa determinata serie di presupposti. 

Al momento, però, dal Comune di Fossano non sono arrivate risposte. Il risultato - scrive l’avvocato in una lettera al giornale - è che “i miei assistiti si sono rassegnati: alcuni, che avevano assoluta necessità di risolvere la questione, hanno accettato di pagare una sanzione comunque sproporzionata e iniqua, altri hanno rinunciato a vendere la loro proprietà o a ristrutturarla”. E conclude parlando di “un’occasione persa per dare una risposta concreta ed efficace ad un problema che accomuna molti fossanesi”. 

Articolo completo e lettera su "la Fedeltà" di mercoledì 16 maggio