I Martiri di Guiúa

Testimoni del Risorto 25.07.2018

C'è un intero gruppo di 23 persone in pista per il riconoscimento del loro martirio. Per accertare se la loro cruenta e raccapricciante fine sia stata davvero loro inflitta “in odio alla fede”, la Chiesa sta indagando dallo scorso anno; non hanno invece alcun dubbio al riguardo i loro connazionali, che fin dall’epoca dei fatti li chiamano “i Martiri di Guiúa” (nella foto una di loro) e li hanno seppelliti in doppia fila lungo il vialetto che porta al santuario della “Regina dei Martiri”, nel quale periodicamente si danno appuntamento per rinvigorire la loro fede. La loro vicenda deve essere inquadrata nell’insanguinato periodo della guerra civile mozambicana, durata ben 17 anni e scoppiata all’indomani della dichiarazione dell’indipendenza del Mozambico nel 1975. Con l’ascesa al potere del Frelimo (Fronte per la liberazione del Mozambico), che ha una dichiarata posizione marxista-leninista, inizia per la Chiesa un periodo di vera persecuzione, con espropriazioni, restrizioni di ogni genere all’attività pastorale, negazione del visto d’entrata nel paese ai missionari stranieri. A questo si contrappone il movimento di guerriglia Resistenza nazionale del Mozambico (Renamo) e varie missioni si trovano coinvolte nella guerra fratricida, in cui sono sequestrati, e spesso uccisi, molti sacerdoti, religiosi e laici impegnati. Sono questi ultimi, infatti, a prendere in mano la situazione ed a radunare intorno a loro le comunità rimaste orfane delle loro guide religiose: si tratta di veri e propri “missionari laici” (in zona preferiscono chiamarli “padri di famiglia trasformati in apostoli”), per lo più catechisti, che si prendono l’incarico di confortare, guidare e ammaestrare i cristiani, salvaguardandone la fede e sostenendone spesso il martirio. Più che mai, dunque, in questo periodo, il futuro della Chiesa mozambicana è in mano ai laici, mentre i missionari superstiti sono principalmente impegnati nella formazione dei catechisti, perché diventino efficaci custodi, animatori e testimoni delle loro comunità. È precisamente quello che nel 1992 sta avvenendo a Guiúa, provincia e diocesi di Inhambane, nel sud del Paese, dove è funzionante il centro catechistico diocesano gestito da due Padri della Consolata: malgrado il rischio della guerriglia in corso, facendo i conti con la sempre maggiore scarsità di preti e considerando che alcuni catechisti hanno a loro carico anche 40-50 piccole comunità sparse su un territorio vastissimo, sono stati gli stessi laici a sollecitare un corso di formazione dopo alcuni anni di sospensione. Una quindicina di famiglie a inizio marzo 1992 si trasferisce così nel Centro, per un corso di formazione che si sarebbe avviato il 23 marzo: sono segnalate dalle comunità di origine e scelte tra quelle più laboriose e moralmente solide e che, per questo, godono la stima della popolazione. Si tratta, per lo più, di interi nuclei familiari, padri e madri con i rispettivi figli, alcuni ancora lattanti, che iniziano a familiarizzare in attesa dell’arrivo del vescovo di Inhambane con cui si sarebbe avviato il percorso formativo della durata di un anno. Non sanno e neppure prevedono che il vescovo sarebbe arrivato giusto in tempo per il loro funerale. L’allarme scatta infatti il 22 marzo, dopo la mezzanotte, quando il dormitorio dei catechisti viene circondato da una banda di guerriglieri inferociti del “Renamo”. Sono armati fino ai denti e la luna piena rivela che molti di loro sono appena adolescenti, neppure quindicenni. Spaccando porte e finestre riescono a penetrare nel dormitorio, spintonando all’esterno uomini, donne e bambini: non sono il vero obiettivo di quel raid, ma da questi sperano di avere informazioni per stanare i loro contendenti di sempre, cioè i guerriglieri del “Frelimo”, oltre naturalmente saccheggiare e rifornirsi di viveri. Sempre spintonati e percossi brutalmente sono scortati in una radura, a circa tre chilometri dalla missione, dove avviene un sommario interrogatorio: del tutto inutile ai guerriglieri per carpire le informazioni militari che i catechisti (addirittura non del posto) non hanno; estremamente prezioso, invece, per mettere in risalto la fede di uomini, donne e bambini che, pur terrorizzati, non hanno paura di professare apertamente la loro fede e di rivelare il loro ruolo di catechisti. Alcuni chiedono ancora il tempo per pregare, poi tutti vengono massacrati con pietre, baionette, coltellacci: una vera mattanza in cui trovano la morte mariti e mogli, genitori e figli, il più piccolo dei quali ha da poco compiuto un anno. Inutile dire che anche qui, a Guiúa, il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani.