Crf-H1-M-728x90 OK

Carla Ronci

Testimoni del Risorto 03.10.2018

Sprizza allegria e vitalità la bambina romagnola, che non fa arrabbiare i genitori, è diligente a scuola, ma è  birichina come tutte le altre. Sprintosa e gioiosa, ha una famiglia che vive di pesca e di piccolo commercio, e che raggiunge con fatica una certa agiatezza, cui  contribuisce anche lei, che dopo la quinta elementare impara a far la sarta, alleva una capretta, fa la baby-sitter e aiuta nel negozietto di famiglia. Cresce a pane, polka e “Grand Hotel”, il famoso rotocalco degli anni Cinquanta, tra una passioncella e una cotta, un giro di ballo e qualche scampagnata, pulita dentro e bellissima fuori, corteggiata ed ammirata. Nel 1950, ed ha soltanto 14 anni, comincia a farsi domande serie sul senso della vita, osservando le suore Orsoline che gestiscono l’asilo di Torre Pedrera, dov’è nata e dove vive: da ragazza intelligente non può fare a meno di chiedersi cosa spinge quelle giovani donne a spendere le loro forze migliori per i figli degli altri e senza un tornaconto personale. La domanda diventa particolarmente inquietante una sera, e il mattino dopo è in chiesa a cercar risposte, scoprendo di aver resistito fino a  quel momento alla grazia di Dio e di essersi stordita con il ballo ed il divertimento per colmare il vuoto che ha dentro. Trova nel suo parroco una guida spirituale forte ed illuminata, dà un taglio netto al ritmo di vita precedente e ai divertimenti anche innocenti, trova nell’Azione Cattolica il primo pilastro della sua formazione e si vede affidare un gruppetto di dieci “Beniamine”, che rapidamente crescono in numero e qualità perché hanno fiducia in lei. Nel 1956 emette il voto privato di castità, che trasfigura ed accende, anziché mortificare, la sua femminilità: veste alla moda, va tutte le settimane dal parrucchiere, usa un leggero profumo, con lo scopo di “far capire, con la vita, che il cristianesimo non è croce ma gioia”. L’anno successivo emette il voto di povertà, mentre lentamente matura in lei la vocazione religiosa; le sembra naturale poterla realizzare tra le Orsoline che sono all’origine della sua “conversione”, ma trova l’opposizione dei genitori, delle amiche e perfino del parroco. È soprattutto papà, sanguigno romagnolo dall’integerrima fede comunista, a non condividere affatto l’idea di avere una figlia suora. Nel febbraio 1958 Carla pianifica così un’autentica fuga in macchina verso il noviziato delle Orsoline in provincia di Bergamo. Le minatorie lettere di papà e le sue frequenti visite durate le quali vorrebbe con la forza riportarsela a casa, convincono la superiora, dopo appena quattro mesi, a concludere che non sia quella la vocazione di Carla. Ritornata in famiglia, riprende il suo posto in parrocchia, affinando ulteriormente la sua collaborazione con il parroco: nell’animazione della liturgia, nella cura della chiesa, nella gestione finanziaria della parrocchia, nel funzionamento della biblioteca parrocchiale e addirittura di una piccola sala cinematografica per i bambini. “Voglio fiorire dove Dio mi ha seminata”, ed in queste sue parole non c’è nulla di rassegnato o di consolatorio, piuttosto la gioiosa ricerca di una vocazione, che si realizza nel 1961, quando entra nella famiglia spirituale delle Ancelle Mater Misericordiae di Macerata: ha scoperto in loro un apostolato di presenza e testimonianza nel mondo, che è precisamente quanto ha cercato di fare lei fino ad allora. “La vita è bella ma se ami è meravigliosa”: da quando Gesù ha fatto irruzione nella sua vita, il chiodo fisso di Carla sono i sacerdoti: per loro offre la sua vita in uno slancio di maternità spirituale, per “quello che fanno e non dovrebbero fare, per quello che non fanno e dovrebbero fare”. Ad agosto 1969 una colica di fegato annuncia l’inizio della fine: le diagnosticano un cancro con metastasi polmonari, contro il quale la medicina è impotente anche ad alleviarle il dolore. Con “il cuore a brandelli e con il sorriso sulle labbra” affronta l’ultimo tratto del suo calvario, spirando dolcemente il 2 aprile 1970. Da allora la “ragazza della vespa”, anche senza il suo inseparabile mezzo a due ruote con il quale scorazzava da una casa all’altra del suo paese, ha fatto parecchio strada e la Chiesa 15 anni fa l’ha dichiarata venerabile. Perché, come dicono le sue compagne di allora, Carla
Ronci “sapeva conversare con Dio e con il prossimo contemporaneamente, e avvicinandola si sentiva in lei la presenza e il profumo di Cristo”.