Don Enzo Boschetti

Testimoni del Risorto 14.11.2018

A quei tempi (siamo agli inizi del 1949) “Chi l’ha visto” ancora non c’era, anzi, neppure la televisione, altrimenti questo sarebbe il tipico caso di scomparsa di cui interessarsi. Riguarda un ragazzo di vent’anni, che un mattino di gennaio scappa di casa, con appena un cambio d’abito buttato in una borsa. Lo cercano per tre mesi, inutilmente, nei dintorni e anche più lontano, finchè a Pasqua i Carmelitani di Monza avvisano per telefono che il fuggitivo è da loro, vuole farsi frate e non ha nessuna intenzione di tornare a casa. Mamma Carolina ci prova di persona due volte, ma ritorna sempre da sola, perché lui ha deciso di farsi rivedere in paese soltanto se vestito da frate. Purtroppo ha parecchi conti in sospeso con la scuola, non ha familiarità con i libri e in convento si dedica con generosità solo ai lavori più umili, in giardino e nella mensa, con in cuore però il desiderio di essere prete, pur sapendo che è come desiderare di avere residenza sulla luna. E non solo perché per il sacerdozio occorre studiare, ma soprattutto perché la strada gli è sbarrata dai voti perpetui che ormai ha pronunciato.  Va persino missionario in Kuwait, sperando che almeno là possano fare un’eccezione, ma neanche il vescovo del posto fa miracoli e deve così tornare con le pive nel sacco e con un bell’esaurimento nervoso. Fortuna vuole che nel frattempo sia nato un istituto per le vocazioni adulte, dove inizia a studiare teologia, naturalmente in latino, con uno sforzo sovrumano, prima di proseguirla al Collegio Lombardo di Roma, sempre con identiche difficoltà. Lo licenziano con il “minimo sindacale” (36/60esimi), ma lodando il suo impegno e la sua costanza. Finalmente prete il 29 giugno 1962, don Enzo Boschetti nelle sue prime esperienze pastorali in diocesi di Pavia affina la sua sensibilità per le problematiche sociali, insieme ad una particolare attenzione ai poveri. Nel 1968, sei anni di messa appena compiuti, avvia in modo povero nascosto e immediato un cammino di servizio e condivisione con i giovani, come risposta alle tensioni e alle difficoltà presenti nella società e nei giovani dell’epoca. Bussano alla sua porta, in prevalenza, giovani emigrati dal sud e, di conseguenza, in cerca di lavoro e con la famiglia lontana. Molte volte non hanno neppure un tetto sotto cui dormire e allora don Enzo comincia a spalancare le porte dell’oratorio e, anche se dormire sul tavolo da ping pong o del biliardo non è proprio il massimo, è sempre meglio che restare all’addiaccio. Poi arrivano altre forme di disagio giovanile e non ultima la droga, per cui bisogna sognare in grande e osare, in proporzione alle sfide del momento e alle nuove povertà. Dopo alcuni tentativi di accoglienza residenziale, nel 1971, quando l’emergenza si chiama eroina, inizia in uno scantinato a raccogliere i giovani, per dar loro un materasso e toglierli dalla strada: il medesimo locale gli serve il mattino da cappella e la notte da dormitorio. “Il povero è prima di tutto scomodo, tanto quanto il Vangelo, e ci chiede tutto”, è solito dire e gli si deve credere, visto che lui ai poveri dà veramente tutto. La sua “Casa del Giovane” diventa sempre più un’ istituzione complessa, che gli cresce tra le mani quasi a sua insaputa e oggi è composta da dieci comunità, un centro di ascolto e quattro centri diurni, aperti alle più varie forme di disagio: minori stranieri  o con problemi familiari, giovani con problemi di dipendenza, madri sole con figli, persone con disagio psichico e senza fissa dimora, fino al più recente movimento “No slot”, per curare la dipendenza del momento, la ludopatia.  Don Enzo muore 25 anni fa, il 15 febbraio 1993, ma la sua opera continua a crescere e prosperare.  “ Raggiungeremo la perfezione del servizio solo quando il rapporto che viviamo con il fratello povero non sarà diverso da quello che abbiamo con Gesù nel momento della preghiera-contemplazione”, era solito dire e quanti l’hanno conosciuto sono del parere che un simile traguardo egli l’abbia raggiunto. Per questo nel 2006 hanno iniziato la sua causa di beatificazione, che ultimata nella fase diocesana sta proseguendo a Roma.