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Il prete che dà del “tu” al Papa

Intervista a don Marco Pozza, sacerdote con attività ed interessi poliedrici

Ha incominciato a farsi conoscere con le sue prime apparizioni televisive nel 2017, quale conduttore de “Le ragioni della speranza” nel programma “A Sua immagine” su Rai 1. Successivamente è stato coautore e conduttore del programma Padre Nostro su TV 2000 e, da quest'anno, del programma Ave Maria (ancora in corso al martedì sera); un format in cui alterna una conversazione con Papa Francesco, e quindi personaggi conosciuti e sconosciuti della vita quotidiana, che intervengono sul tema proposto. Un “pulpito bellissimo” (come l'interessato ama definirlo), da cui svolge “un grande lavoro di catechesi”. 

Però la “parrocchia” da cui si è sviluppata tutta la popolarità di don Marco Pozza, sacerdote dal 2004 della diocesi di Padova, è stato il carcere “Due Palazzi” della città stessa, di cui è cappellano dal 2011. Un incarico che inaspettatamente lo ha portato a conoscere e ad essere ricevuto personalmente, con altre quaranta persone detenute, da Papa Francesco a Casa Santa Marta. Era il “6 novembre del 2016 in occasione del Giubileo dei carcerati dopo una telefonata a sorpresa” ricevuta dal Pontefice, mentre cercava, insieme ai suoi compagni di viaggio, “riparo da una bomba d'acqua tra le strade di Roma”.

Un incontro avvenuto neanche mezz'ora dopo la telefonata stessa, che ha cambiato la vita, sua e di quelli che erano con lui, riconoscendo nel Papa la figura di un uomo capace di fare breccia anche “in persone che nel passato non hanno esitato a farne di tutti i colori”. 

Oggi don Marco Pozza è, oltre tutto, scrittore e conferenziere, che ha dalla sua parte un grande entusiasmo, un'innata e travolgente simpatia, una facilità di parola e capacità di coinvolgimento del pubblico, unita ad una solida e profonda preparazione teologica, acquisita, tra l'altro, all'Università Gregoriana di Roma. Continua però a vivere come semplice “prete che cerca di fare il meglio che può, qualche volta non riuscendoci”, come si è definito, incontrando il nostro giornale. 

Intervenuto a Fossano domenica 18 novembre scorso per la prima giornata interdiocesana delle famiglie, gli abbiamo posto alcune domande, partendo innanzitutto dalla sua esperienza televisiva, spaziando quindi a tutto tondo sui suoi molteplici campi d'azione in cui opera. Una conversazione informale, come il rapporto stesso che ha instaurato e che lo ha portato a dare del “tu” al Papa.

Come è capitato di dare del “tu” al Papa e che significato ha nella tua vita quotidiana soprattutto in relazione ad altri sacerdoti o alla gente che si chiederà stupita: come mai? 

È avvenuto in modo spontaneo. La prima volta che l'ho intervistato, mi sono rivolto a lui con il “lei”, il Papa mi ha risposto dandomi del “tu” e io sono salito sul treno e abbiamo continuato a darci del “tu”. Per due motivi; prima di tutto perché se io chiamo Dio “papà”, “Padre nostro”, allora devo trattare alla stessa maniera chi in terra lo rappresenta, quindi dandogli del “tu”. E poi perché il “tu” non è, in italiano, il pronome della villania, ma il pronome dell'intimità. Abramo e Mosè danno del “tu” a Dio; questo pronome è quello che viene usato da coloro che vogliono tessere una relazione che non sia solo intellettuale, ma che metta in gioco anche l'intimità di un sapere. Per me è stato spontaneo, ma ho visto che lo è stato anche da parte sua, e perciò sono ben felice di usare questa familiarità. E se a qualcuno infastidisce, allora, in altrettanta misura, infastidisce il fatto che Dio non vuole più che ci sia questa lontananza con lui, ma vuole che gli sia dato del “tu”. Nella vita di tutti i giorni non cambia poi assolutamente nulla, nel senso che, come Papa Francesco mi insegna, per me ha la stessa importanza conversare con una persona detenuta o con un cittadino normale. Certamente riconosco che dietro a quel suo volto di pastore c'è una presenza più trasparente della figura di Cristo. Nella vita di tutti i giorni sento la responsabilità di portare in giro delle parole che non sono mie personali, ma parole condivise, che mi sono state donate per farne dono ad altre persone.

Intervista completa su La Fedeltà del 28 novembre

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