Don Cavallera, da Roata Chiusani alla Sardegna nel nome della Consolata

Cavallera Don Giovanni

Roata Chiusani, terra di santi e di gente che lascia un’impronta nella Chiesa. La buonanima di don Minero, nei giorni del centenario del cardinal Pellegrino, amava ripetere che se il Porporato era un’apripista non era giusto dimenticare i “gregari”. Pur sapendo che il buon Dio non fa graduatorie dei suoi figli, e tutti per lui sono unici ed irripetibili, serve a noi di tanto in tanto, per rinvigorire la nostra fede e ridonare smalto al nostro cristianesimo un po’ spento, ricordare i nostri compaesani la cui memoria vive in benedizione. Perché allora dimenticare Giovanni Cavallera, che in Sardegna, a Tergu, tutti ricordano con venerazione? “Qui lo ritengono un santo”, dice il suo attuale successore, “in tutte le case c’è la sua fotografia. Come uno di famiglia, anzi, di più. Come un santo, appunto. Al cimitero gli hanno addirittura eretto un busto”. I Cavallera alla Chiesa, ed in particolare all’Istituto della Consolata, hanno dato molto e anche Giovanni non smentisce questa tradizione di famiglia.

Nato alle “Tre cascine” nel 1905, a 16 anni, dopo la prima ginnasio nel seminario di Cuneo, entra in Congregazione. A gennaio del 1928 viene ordinato sacerdote da mons. Perlo e cinque anni dopo lo ritroviamo missionario per le strade del mondo: prima ad Addis Abeba, poi a Mogadiscio e poi ancora in Etiopia, dove lo sorprende la Seconda guerra mondiale e dove viene fatto prigioniero. Lo attendono due anni di prigionia in Sudan e altrettanti nel campo di concentramento di Nyeri, in Kenya, ma finita la guerra fa le valigie per l’Argentina, dove resta per cinque anni. Al suo rientro in Italia, nel 1952, lo destinano prima come aiutante dell’economo generale e poi, a partire dal 1954 e fino al 1959, economo generale dell’Istituto Consolata. E, tra una missione e l’altra, trova il tempo, nelle varie case della Congregazione, di insegnare matematica e latino, di fare il regista della filodrammatica e di dirigere il coro dei ragazzi. Nel 1959 i superiori pensano a lui come superiore della Casa di Tergu e parroco del santuario locale. Vi resterà per quasi tre decenni, fino alla morte, diventando un punto di riferimento per il piccolo paese sardo. Oltre ad assicurare il servizio pastorale, infatti, fonda l’asilo parrocchiale e per favorirne la frequenza inventa il primo scuolabus, di cui egli è ovviamente l’insostituibile autista; ospita in canonica la scuola media e ne diventa il bidello (ovviamente senza stipendio); è l’ideatore di un laboratorio di maglieria per le giovani disoccupate e il fondatore di un piccolo seminario per la cura delle vocazioni missionarie locali.

Bastano queste pennellate per far capire che padre Giovanni è un autentico vulcano di idee, di vorticosa attività e di straordinario dinamismo, in terra di missione come a Tergu. Che d’altronde è davvero la “sua” missione, che egli non vuole abbandonare perché un missionario muore sempre sulla breccia. Qui lo chiamano “abate” per lo stile sacerdotale austero, solitario ed esemplare, che in qualche modo fa rivivere lo stile di vita dei benedettini che lo avevano preceduto in quella secolare abbazia. E come un missionario ed un contemplativo muore il 7 febbraio 1987, alla soglia dei suoi 82 anni, rimandando un ricovero ospedaliero, che invece era inevitabile, proprio per non trascurare gli impegni di parrocchia e lavorando fino all’ultimo minuto, perché un missionario si riposa solo in paradiso. Nel suo breviario trovano poche righe di saluto indirizzate ai familiari, che ringrazia di cuore per “l’accoglienza cordiale e fraterna” che gli riservavano ad ogni suo ritorno a Roata ed ai quali confida: “Sono vissuto senza possedere nulla, muoio senza poter disporre anche della più piccola cosa personale”.

Di un missionario e di un prete così, certamente la tanto amata “Santissima Consolata” può andare fiera. Ed anche i centallesi, che ne hanno riscoperto la figura grazie al profilo biografico che don Santino Cimino gli ha dedicato nel 2012, a venticinque anni dalla morte. Perché sarebbe un vero peccato lasciar cadere, proprio a Roata Chiusani, il ricordo di un tal missionario, dai modi forse un po’ sbrigativi e dal fare apparentemente burbero, ma dal cuore indiscutibilmente d’oro, che in Sardegna venerano come un santo e amano come un benefattore, proprio come aveva lasciato scritto: “Non so quale valore abbia davanti a Dio il mio lavoro compiuto nei vari uffici affidatimi dai superiori. Di una cosa sono sicuro: sono vissuto povero, in mezzo a popolazioni più bisognose di me. Quel poco che la Provvidenza mi ha affidato, volentieri lo ripartivo con loro”.